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    Le professioni di Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista e delle Professioni di Aiuto, in Italia

    PRINCIPI REGOLATORI e DIFFERENZIALI, per PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA, ANALISTA, PSICOANALISTA

    Leggi, norme e disposizioni per il legale esercizio delle professioni intellettuali

    Il ruolo dell'Ordine degli Psicologi per la professione di Psicologo e le professioni di Psicoterapeuta e Analista

     

    a cura del Dott. Sergio Angileri

    - Vedi qui chi siamo e il nostro metodo di intervento -

     

    Sommario

     

     

     

     

     

    Parametri legislativi di riferimento

    Psicologia, Psicoterapia, Psicoanalisi: la differenziazione concettuale e normativa

    §

    Psicologia, Counseling, Psicoterapia, Psicoanalisi, Medicina-Psichiatria.

    Per capire cosa sono e in che cosa si differenziano, possono e devono essere definite e distinte da due prospettive diverse:

    1. La prospettiva formale (leggi e norme)

    2. La prospettiva sostanziale (formazione, qualificazione e specializzazione)

    E' molto importante guardare, specialmente Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi, dalle due prospettive, perchè per queste discipline e figure professionali ciò che, negli anni, è diventato vero per mezzo di definizioni e decreti sul piano formale (leggi, norme, decreti, definizioni astratte, notiziari di autodefinizione dell'Ordine degli Psicologi, ecc), è, per alcuni fondamentali aspetti, contraddetto e non confermato sul piano sostanziale (studi, programmi di studi nella formazione universitaria e post-universitaria).

    Vediamo quindi innanzi tutto il piano formale e poi vedremo il piano sostanziale.

    Descrizione e definizione FORMALE di Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi

    La Psicologia, la Professione di Psicologo e le Professioni di Psicoterapeuta e Psicoanalista, sul piano formale sono definite dalle leggi e da una sequela di decreti, pareri istituzionali da parte della magistratura, da parte degli stessi Ordini degli Psicologi in stile "autocostruttivo" e altri pareri autorevoli e competenti da parte di figure di rilievo del Diritto e di altre Accademie. Quello che sembra risultare dalla attenta lettura di questa mole di "cartaceo", è una nebulosa di confusione formale su queste professioni, di incertezze descrittive e contraddizioni.

    Seguono alcune di queste leggi, decreti e pareri:

    1. Legge 56_89 (agg_marz08) "Ordinamento della Professione di Psicologo

    2. CODICE_CIVILE_-_ARTT._2229_-_2237 "Il Codice Civile sulle Professioni Intellettuali"

    3. Alcuni antecedenti storici della Psicologia

    4. La categoria inesistente: "La Psicoterapia"

    5. Degenerazione del Diritto: la Legge 56/89 detta "Legge Ossicini"

    6. Psicoanalisi e Psicoterapia: due identità forzate

    7. Parere del Prof. Galgano emerito giurista e docente di Diritto. Parere differenziale su Psicologia, Psicoterapia, Psicoanalisi

    8. Parere di Fulvio Giardina, presidente Ordine degli Psicologi

    9. Costituzione Italiana e incostituzionalità: libertà di Psicologia

    10. Ordinamento inesistente della professione di Psicoterapeuta

    11. Cosa regola effettivamente la Legge 56/89 sugli Psicologi

    12. ParereProVeritate su Psicologi e Psicologia da parte del Professore di Psicologia Giuridica, prof. G.Gulotta

    13. Psicoanalisi e Psicoterapia Analitica

    14. Psicoterapia e Psicoanalisi - prof. Mazzariol, giurista e Presidente Ateneo di Treviso

    15. Terapia psicologica della Depressione e dell'Ansia (un esempio di sforzo di definizione meno formale)

    16. Chi è e Cosa è Psicologo (un esempio di inevitabile definizione formale e di povertà di definizione sostanziale)

    17. Psicologo Clinico cosa e come cura

    18. La Psicoanalisi e la Legge

    19. Ordine degli Psicologi_ definizione di psicologo clinico

    20. OGGETTO DELLA PSICOLOGIA CLINICA

    21. Psicologo Clinico_le sue competenze

    22. LEGGE_42_1999

    23. Legge 251 del 10 agosto 2000

    24. Ruolo delle professioni sanitarie

    25. D.M. 17maggio2002 esenzione IVA (nel 2002 la Psicologia "diventa" sanitaria per nomina formale da parte del Ministero delle Entrate)

    26. Sentenza TAR_2015 su Psicologia e Counseling

    27. Sentenza della Cassazione del 2011 su Psicoanalisi, Psicoterapia e Medicina

     

    Se abbiamo avuto voglia di leggere e comparare fra loro i documenti sopra elencati, che ci danno una panoramica articolata delle leggi, definizioni, decreti e altro, ci siamo resi conto che si afferma sul tema che qui ci interessa, tutto e il contrario di tutto.

    Sviluppiamo adesso un approfondimento sul confuso e contraddittorio aspetto formale di queste discipline (Psicologia, la Professione di Psicologo e le Professioni di Psicoterapeuta e Psicoanalista), cominciando con il leggere insieme il Prof. Riccardo Mazzariol, Docente di Diritto Privato e Presidente dell'Ateneo di Treviso:

    "E' opinione ormai diffusa - sotto l'influsso di una ultradecennale attività di 'moral suasion' esercitata dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e dalle istituzioni comunitarie - che la mera iscrizione ad un albo non costituisca più la condicio sine qua non, per assicurare la competenza di un professionista. D'altra parte, è con un certo e fondato disincanto che si misura oggi il livello qualitativo delle prestazioni professionali con il metro dell'appartenenza ad un dato Ordine o, ancora prima, con il possesso di un certo titolo di studio. Si deve prendere atto che lontani sono i tempi in cui l'università, inizialmente, e il raggiungimento di una abilitazione professionale, poi, risultavano davvero sufficienti a fondare un giudizio sulla capacità di un professionista." (leggi qui il documento originale di Riccardo Mazzariol, Avvocato, Docente di Diritto Privato e Civile, Presidente dell'Ateneo di Treviso).

     

    Vediamo adesso insieme alcuni riferimenti legislativi, costituzionali e normativi: norme europee; Costituzione Italiana; Codice Civile.

  • La Carta delle libertà fondamentali UE (ndr. e l'Italia fa parte della UE), al paragrafo 1 dell'art. 15, intitolato "Libertà Professionale e diritto di lavorare", solennemente stabilisce che "ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata".

  • All'art. 33 della Carta Costituzionale Italiana leggiamo al comma 1°, che viene stabilito che l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento: pur trattandosi di professioni intellettuali ne viene espressamente disposta la libertà di esercizio.

  • In Italia le professioni intellettuali sono disciplinate dagli artt. 2229 ss. del codice civile. Gli articoli distinguono fra attività protette (con obbligo di iscrizione ad un Ordine, come nel caso della attività di Psicologo) e attività intellettuali libere (come sembrerebbe essere nei casi delle attività di Psicoterapeuta, Psicoanalista, Analista e Counselor, come vedremo più avanti).

  •  

    §. PSICOLOGO, PSICOANALISTA, ANALISTA, COUNSELOR

    Proseguiamo adesso, nella nostra analisi comparativa e critica, con alcune riflessioni differenziali e sulle incongruenze formali che riguardano Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi.

    E' parere sempre più consolidato, supportato anche da diverse decisioni della magistratura, che l'attività di Psicoanalista o Analista (psicoterapeuta ad orientamento analitico), svolta da un professionista che possegga documentate qualificazioni e certificazioni di formazione ed esperienza, sia attività professionale intellettuale assolutamente ben distinta dalla attività di Psicologo e andrebbe quindi ritenuta attività intellettuale libera. Sul piano legislativo sono gli artt. 2229 ss. cod.civ. a indicare la necessità di volta in volta di individuare se una determinata attività intellettuale sia libera o protetta e cioè richieda oppure no, l'obbligatorietà di iscrizione ad un Ordine Professionale ( vedi Galgano - vedi Mazzariol).

    Sull'attività di Psicologo, invece, visto che è chiaramente regolamentata dalla Legge 56/89, non vi sono dubbi o equivoci: può essere svolta soltanto dagli iscritti all'Ordine Professionale degli Psicologi.

    Gli Analisti, gli Psicoanalisti, gli Psicoterapeuti e i Counselors, sono però figure professionali ben diverse dallo Psicologo, sia dal punto di vista formale che sostanziale ed essi  non sono così pacificamente assimilabili agli Psicologi e per queste figure professionali non esiste un loro Ordine o Albo, specificatamente dedicato.

    L'Ordine e l'Albo degli Psicologi, non è anche degli Psicoterapeuti, Psicoanalisti e Analisti.

    Vedremo, più avanti, anche argomenti dettagliati e specifici che riguardano gli Psicoterapeuti, per i quali non esiste un Ordine o un Albo.

    I Counselors, infine, hanno un Registro a parte e la loro professione è regolamentata dalla Legge 4_2013

    In Italia, del resto, non è assolutamente semplice verificare e dimostrare quando l'attività professionale intellettuale svolta dal professionista di aiuto alle persone, titolato, ricada in quelle che sono le specifiche e tipiche attività dello Psicologo (art. 1 della Legge 56/89 e ss.) e quando invece ricada in quelle che sono le attività dell'Analista, dello Psicoanalista, dello Psicoterapeuta e del Counselor (a differenza dello Psicologo, per queste professioni non esiste nessuna legge dedicata e di riferimento).

     

    §. PSICOTERAPIA e PSICOTERAPEUTA

    L'attività di Psicoterapeuta non è un'attività psicologica (infatti può essere esercitata anche da un laureato in medicina, il quale, ovviamente, non è psicologo) e l'attività di Psicoterapeuta non è un'attività medica (infatti può essere esercitata anche da un laureato in psicologia, il quale, ovviamente, non è medico).

    La Psicoterapia è una disciplina autonoma che ha ben poco a che vedere con la Psicologia e con la Medicina.

    Le teorie, i metodi, la metodologia e le tecniche adoperate durante una Psicoterapia, infatti, molte volte non sono di natura e struttura appartenenti alla Psicologia, ma possono derivare e appartenere anche a ben altre radici, fonti e culture (vedi ad esempio la Psicoterapia Transpersonale, Analitica Transazionale, Biotransenergetica, Mindfulness Based, Meditativa, ecc). e quasi mai sono di natura e struttura appartenenti alla Medicina.

    Se la Psicoterapia, infatti, fosse indissolubilmente derivante e coniugata con Psicologia o Medicina e avesse in qualunque modo a che fare con la professione di Psicologo o Medico, non potrebbero esistere gli Psicoterapeuti con Laurea in Medicina, che non posseggono alcuna formazione psicologica e psicologi non sono. E non potrebbero esistere gli Psicoterapeuti con Laurea in Psicologia, che non posseggono nessuna formazione medica e medici non sono.

    E invece la legge prevede che esistano sia Psicoterapeuti con laurea in medicina, che Psicoterapeuti con laurea in psicologia.

    La Psicoterapia non è attività, infatti, che è autorizzato a svolgere lo Psicologo o il Medico (ma possono esercitarla soltanto i laureati in medicina o psicologia, dopo essersi specializzati in Psicoterapia) e tanto meno lo è quella dello Psicoanalista o Analista(A questo proposito recentemente, nelle diverse risultanze giurisprudenziali,  la disciplina dell'art. 2229 cod.civ. è stata applicata alla luce della regola generale della libertà di accesso alle professioni, con la consacrazione di disposizioni legislative attuative dei già citati precetti costituzionali. E precisamente con il d.l. 13.8.2011, n.138, dove il legislatore ha proclamato che l'iniziativa e l'attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Così il legislatore ha delineato i principi guida per la riforma degli ordini professionali, che hanno trovato attuazione nel successivo d.p.r. 7.8.2012, n.137.)

    Per l'esercizio dell'attività dello Psicoterapeuta e dello Psicoanalista lo Stato Italiano non ha mai costruito e varato nessuna legge dedicata a queste professioni e quindi queste restano ad ora attività non legalmente definite o disciplinate. Mentre, come già detto, l'esercizio dell'attività professionale dello Psicologo -la quale attività è cosa completamente diversa dall'attività di Psicoterapeuta o Psicoanalista- è definito nell'art. 1 della Legge 56/89 nata e varata per disciplinare l'attività dello Psicologo ed è espressamente chiaro che l'attività dello psicologo è subordinata all'iscrizione all'Ordine degli Psicologi.

    Dal punto di vista delle leggi italiane, quindi, non c'è nessuna definizione dell'attività psicoterapeutica e non solo: non è mai stato istituito nessun Ordine o Albo Professionale per gli Psicoterapeuti.

    I laureati in psicologia o in medicina, quando vogliono vogliono diventare Psicologi o Medici e vogliono esercitare come Psicologi o Medici, devono iscriversi nei loro rispettivi Ordini Professionali. Se poi, oltre che esercitare quali Psicologi o Medici, vogliono anche esercitare come Psicoterapeuti -sempre che abbiano conseguito la specializzazione dopo la laurea- allora devono iscriversi nei rispettivi elenchi ospitati presso i loro Ordini.

    Ma uno specializzato in Psicoterapia (che, come già detto, può essersi laureato in Psicologia o in Medicina) che non voglia esercitare anche da Psicologo o Medico, ma voglia esercitare esclusivamente da Psicoterapeuta, non ha nessun Ordine Professionale di riferimento, in quanto non esiste un Ordine degli Psicoterapeuti e, ripetiamo, gli Psicoterapeuti non sono Psicologi o Medici, pur possedendone la laurea.

    Di conseguenza, quando il laureato in psicologia, se specializzato in psicoterapia, vuole esercitare esclusivamente da psicoterapeuta, non sta esercitando anche da psicologo, ed è per questo che l'attività di Psicoterapeuta non soggiace, a rigor di logica, alla normativa e alle discipline valide per gli Psicologi.

    Vale la pena di ricordare anche che i laureati in medicina e i laureati in psicologia, che vogliano specializzarsi per esercitare da psicoterapeuti, affluiscono agli stessi corsi e alle stesse scuole di specializzazione in Psicoterapia, comuni per ambedue, ad ulteriore dimostrazione che lo Psicoterapeuta è una figura terza, diversa sia dallo Psicologo che dal Medico.

    Posto, dunque, che l'attività di Psicoterapeuta ben poco o nulla ha a che fare con l'attività di Psicologo, per natura, funzione e struttura (v.Galgano), è ragionevole inferire che la professione di psicoterapeuta non dovrebbe rientrare in quelle protette ex art. 2229 cod.civ. posto che la L. n.56/1989 si sarebbe limitata a chiarire quali sono le qualifiche necessarie per la psicoterapia esercitata da medici o psicologi - (notare che la L.56/89 fu varata per dare una certa normativa e fisionomia legale agli Psicologi: eppure poi all'art.3 quando vuole specificare quali titoli deve possedere lo psicoterapeuta per esercitare, fa riferimento non solo agli psicologi ma anche ai medici, implicitamente ammettendo che lo psicoterapeuta si distingue dallo psicologo e non è regolamentabile con le stesse modalità che regolano lo psicologo e per queste ragioni chi esercita da psicoterapeuta, avendone i titoli, non è sottoposto all'Ordine degli Psicologi).

     

    §. PSICOANALISI e PSICOANALISTA/ANALISTA

    Considerazioni ulteriori meritano poi le attività di Analista (psicoterapeuta ad orientamento analitico) e Psicoanalista, svolte da professionisti per questo titolati. Mentre infatti la Psicoterapia, in quanto terapia, si esercita con obiettivi e finalità terapeutiche, la Psicoanalisi e l'Analisi (ad esempio l'Analisi Transazionale), non hanno finalità terapeutiche, ma di esplorazione e di indagine dell'inconscio e delle dinamiche intrapsichiche, di pensiero, emozionali e di comportamento, laddove eventuali risultati di risoluzione dei disagi della persona avvengono di riflesso all'analisi e non perchè assunti come obiettivi della relazione analitica.

     Ma occorre dire, su questo tema, nonostante che esso sia riservato agli specialisti e competenti di Psicologia e Psicoanalisi, che nel 2011 si sono pronunciati dei magistrati della Cassazione - ovviamente non specialisti o competenti su questi temi complessi, quali quelli distintivi e differenziali fra Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi -  stabilendo, dal loro punto di vista su questo argomento già particolarmente complesso e controverso per gli stessi addetti ai lavori, che la Psicoterapia è esclusivamente un "atto medico" e che la Psicoanalisi va ritenuta equivalente alla Psicoterapia, quindi anch'essa è esclusivo "atto medico" e, addirittura, che già solo una relazione professionale che includa "il colloquio" va ritenuto atto di psicoterapia e quindi di esclusiva pertinenza medica! Ecco le parole precise della Cassazione:

    Né può ritenersi che il metodo "del colloquio" non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v'è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un'attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l'anoressia) il che la inquadra nella professione medica.  - (vedi la sentenza n. 14408 del 11 aprile 2011, commentata)

    Va notato, tra l'altro, che attenendosi a questa sentenza del 2011 - se proprio vogliamo convincerci di attribuire alla Magistratura il potere di modificare acquisizioni scientifiche e specialistiche e sviluppatesi nell'arco di decenni grazie a ricerche e studi degli specialisti del settore - allora (basti leggere attentamente cosa affermano i magistrati in quella sentenza) sarebbero diventati fuori legge non solo gli psicoanalisti che sostengono di non fare psicoterapia, ma anche tutti gli Psicologi-Psicoterapeuti, perchè, a dire di quei magistrati, la psicoterapia è un atto medico e perfino il "colloquio" è un atto medico. Quindi, secondo questi magistrati, solo i medici possono esercitare la psicoterapia e i colloqui, quelli che fino a prima di quella sentenza si chiamavano "psicologici".

    Ma la verità scientifica, accademica, empirica ed epistemologica su Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi non è certo quella che appare dal convincimento di quei magistrati.

    Basti poi guardare ai lavori preparatori della L.56/89, voluta dallo psicologo Ossicini allora parlamentare, per accorgerci che la limitazione della legge alla disciplina e regolamentazione esclusiva degli psicologi, è stata cosa voluta. Nel progetto di legge era infatti presente un richiamo alle psicoterapie ad orientamento analitico, ma tale riferimento -dopo un documentato e appropriato dibattito parlamentare- è stato poi espunto dal testo definitivo. Questa decisione è sintomo della volontà del legislatore di evidenziare l'assenza di qualsivoglia legame fra la professione di psicologo, quella di psicoterapeuta e ancor più quella di psicoterapeuta ad orientamento analitico (analisti e psicoanalisti).

     

    §. MEDICINA e PSICOLOGIA

    Conviene anche ricordare che spesso si sovrappongono psicologi e medici. Questo avviene anche perchè storicamente gli psicologi nell'affannoso tentativo di chiarire a se stessi e agli altri in che cosa consisteva la loro identità, si appigliavano in definitiva ad altre scienze ben più strutturate e radicate nella chiarezza della loro identità, prime fra tutte statistica e medicina. La tendenza ad assimilare gli psicologi al personale medico aveva trovato conferma nella legge 21 giugno 1971, n. 515, che, modificando l’ art. 5 della legge n. 431/68, disponeva che, fino all’ entrata in vigore della riforma sanitaria, relativamente all’ ordinamento dell’ assistenza psichiatrica, “ ai medici e agli psicologi degli ospedali psichiatrici e dei centri o servizi di igiene mentale “ sarebbe stata corrisposta un’ indennità tale da parificare il trattamento economico a quello dei “ medici dipendenti degli enti ospedalieri di corrispondente funzione ed anzianità “ ( art. 3 ). Ma allora gli psicologi impiegati negli ospedali, l'unico avvicinamento ai medici che riuscivano ad ottenere, era a livello economico e retributivo. Non certo di qualifiche e competenze cliniche o terapeutiche. Infatti tale equivoco di equivalenza psicologo-medico venne anche precisato da una sentenza del TAR nel 1985: la precedente equiparazione normativa non aveva comportato una “ meccanica ed automatica identificazione tra le categorie del personale de equo, in quanto non si appalesano, per ciò stesso, eliminabili ( né risultano positivamente superati ) i differenziali requisiti ed apporti di cultura e professionalità che permangono “ ( T.A.R. Toscana, 8 luglio 1985, n. 660, e T.A.R. Piemonte, 16 luglio 1985, n. 300, in T.A.R., 1985, I, 2918 e 3304 ).

    Non devono però esserci equivoci sulla distinzione da mantenere fra Psicologo, Psicoterapeuta e Medico Psichiatra. Infatti numerosissime pronunce giurisprudenziali hanno chiarito la portata ed il senso della disposizione, precisando che la stessa, pur sancendo la equiparazione, anche ai fini dell’ inquadramento nei ruoli nominativi regionali, degli psicologi agli psichiatri ( sul punto C.St., sez. IV, 23 giugno 1986, n. 577, in T.A.R., CS, 1986,I, 795 ), riguarda esclusivamente i profili normativi del trattamento economico ( T.A.R. Lombardia- Brescia, 27 giugno 1988, n. 577, in T.A.R., 1988,I,2651 ); essa peraltro è limitata ai soli psicologi psicoterapeutici, ossia a coloro che avessero svolto funzioni terapeutiche presso le abolite strutture psichiatriche ( così T.A.R. Lazio-Latina, 5 maggio 1987, n. 248, in T.A.R., 1987, I, 1776; T.A.R. Toscana, 24 maggio 1988, n. 842, ivi, 1988I, 2252; T.A.R. Veneto, sez.I, 24 maggio 1988, n. 458, ivi, 1988, I, 2192; in Consiglio Stato, 1990, I, 775 e 1242; T.A.R., Campania-Napoli, sez. IV, 4 giugno 1990, n. 199, in Foro amm., 1991, 155 ).

    Dalla suddetta giurisprudenza chiaramente si evince che perfino nelle strutture sanitarie lo Psicoterapeuta è figura ben diversa dallo Psicologo e ambedue sono figure ben diverse dallo Psichiatra, nonostante la volontà di una equiparazione retributiva/economica fra queste figure. Le più recenti decisioni del Consiglio di Stato hanno peraltro concordemente ribadito che l’ equiparazione è da riconoscere “ esclusivamente per coloro che svolgono prestazioni direttamente connesse alla cura dei malati di mente negli ospedali psichiatrici o nei centri di igiene mentale “ ( sez. V, 23 aprile 1992, n. 524; 7 giugno 1993, n. 660; 1 settembre 1993, n. 877; 16 dicembre 1993, n. 1322, rispettivamente in Consiglio Stato, 1993, I, 552; 678; 1101; 1621 ).

    L’ excursus normativo finora svolto consente di pervenire ad alcune conclusioni, per comprendere appieno il contesto storico nel quale si è inserita la legge 18 febbraio 1989, n. 56 - "Ordinamento della Professione di Psicologo", che ha posto termine alla lunga fase di revisione legislativa della materia.
    Sia la legge n. 431/1968, che ha riservato allo psicologo funzioni e mansioni sicuramente non apicali, sia la legge n. 51571971, che ha equiparato il trattamento economico dei dipendenti, hanno pur sempre tenuto presente che
    la funzione del medico ( che diagnostica e cura ) e quella dello psicologo non sono equiparabili.
     

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    Descrizione e definizione SOSTANZIALE di Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi

    Chi è e cosa fa lo Psicologo

    - informazioni al servizio del diritto di sapere da parte dell'utenza -

     

    Dopo avere esaminato la situazione dal punto di vista formale e normativo, di cui sopra, addentriamoci adesso nella definizione e descrizione sostanziale di Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi, per scoprire l'imbarazzante inconciliabilità delle descrizioni formali di queste figure, confrontate con la loro concreta formazione universitaria e post-universitaria.

    L'incongruenza fondamentale anche se non l'unica, fra la "definizione formale dello Psicologo" e la "concreta identità sostanziale dello Psicologo" , venne partorita dalla politica italiana nel 2008, quando Psicologia divenne "formalmente" per decreto e sulla carta "attività sanitaria" per mezzo della approvazione del "Decreto Milleproroghe" il quale, al comma 2 dell'art. 24-sexies, stabilì che l'Ordine Nazionale degli Psicologi (gli Ordini sono enti pubblici sotto vigilanza dello Stato), passasse dalla vigilanza, che fino ad allora era stata da parte del Ministero della Giustizia, alla vigilanza da parte del Ministero della Salute. E così nel 2008 gli psicologi, che fino ad allora erano stati dei professionisti d'aiuto umanistici in modo coerente con il loro tipo di studi universitari, improvvisamente e con un colpo di "magia normativa", divennero, sulla carta e con semplice decreto, professionisti "sanitari" , senza però nulla cambiare nei programmi e nella formazione del loro curriculum universitario.

    Per correttezza occorre anche dire che tuttavia già ancora prima, nel 2002, lo Psicologo era stato inglobato nelle diverse attività sanitarie prima di allora chiamate "attività sanitarie ausiliarie" o "serventi" rispetto alla attività sanitaria medica. Infatti vi fu allora il D.M. 17maggio2002 il quale consentì anche agli psicologi di iniziare a rilasciare ricevuta esente IVA, considerandola così una "ricevuta sanitaria" ai fini della detrazione fiscale, pur a fronte delle stesse prestazioni ritenute correttamente "non sanitarie" che per decenni fino ad allora erano state fatturate con IVA. Era anche accaduto qualche anno prima, nel 1999, a mezzo della LEGGE_42_1999, che si cessasse di "chiamare" quali "sanitari ausiliari" o "serventi" coloro che nelle strutture ospedaliere o cliniche, lavoravano in ausilio e supporto del medico (infermieri, tecnici odontoiatri, fisioterapisti, logopedisti, psicologi, ecc) e si iniziasse a "chiamarli" semplicemente "sanitari".

    Ma a prescindere da come queste figure professionali si chiamino per effetto di leggi e decreti, la sostanza non cambia: chi non ha formazione, preparazione e competenza medica non può curare nessuna patologia e nessuna malattia.

    Vediamo allora cosa significa, sul piano sostanziale degli studi e della formazione, che uno psicologo "svolge attività sanitaria".

     

    Quali sono i requisiti burocratici per esercitare la professione di Psicologo?

    L’ art. 2 della citata legge n. 56/1989, rubricato “ Requisiti per l’ esercizio dell’ attività di psicologo “, dispone che “ per esercitare la predetta professione di psicologo è necessario aver conseguito l’ abilitazione in psicologia mediante l’esame di Stato ed essere iscritto nell’ apposito albo professionale “.

     

    Psicologo è colui, sul piano "formale", che:

    1. si è laureato in psicologia;

    2. ha svolto e ha superato almeno un anno di tirocinio;

    3. ha eseguito e superato l'esame di Stato di Abilitazione all'esercizio della professione;

    4. si è dovuto iscrivere e tesserare -senza diritto di scelta- all'Ordine degli psicologi e per potere lavorare applicando i titoli e le qualifiche già ottenute, deve -senza diritto di scelta- senza interruzioni pagare all'Ordine la quota annuale, pena la "retrocessione" da Psicologo a Dottore in Psicologia e pena la decadenza del diritto di lavorare come Psicologo, nonostante il possesso della Laurea, della qualificazione e della Abilitazione ad esercitare, già ottenute!

     

    L’ art. 1 della legge 18 febbraio 1989, n. 56, recante norme in materia di ordinamento della professione di psicologo, tenta una definizione della relativa figura.
    La norma dispone che “ la professione di psicologo comprende l’ uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità; comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito “.
    Si tratta, all’ evidenza, di una tautologia, cioè di una non-definizione, giacchè la proposizione si risolve in un pleonasmo : la professione di psicologo “ è quella che si svolge in ambito psicologico “.

    E’ appena il caso di ricordare che la psicologia si è storicamente sviluppata dall’ età cosiddetta classica, quale branca della filosofia ( dominata dalle dottrine platoniche, aristoteliche e neoplatoniche ) a quella moderna ( nella quale, dalle dottrine di Cartesio, Kant, ecc. sulla psiche, si è passati alla psicologia empirica e sperimentale ).

    Inoltre, da un pò di tempo si parla anche di "terapie psicologiche" applicabili dallo Psicologo in quanto tale. Ma in cosa consiste questa "terapia psicologica" senza che essa sia Psicoterapia?

    Vediamo allora, dopo le formalità, alcuni aspetti SOSTANZIALI sulla formazione e sulle competenze dello Psicologo.

     

    RIFLESSIONI SU PSICOLOGO E PSICOLOGIA

    -a cura del Dott. Sergio Angileri-

    Lo Psicologo è figura debole sul piano sostanziale. Questo significa che la sua identità e specificazione dei confini che lo caratterizzano, quando la si vuole descrivere nella sostanza, nelle competenze e nelle tecniche, è vaga, equivocabile, facilmente confondibile con altre attività sorelle, quali filosofia, pedagogia, sociologia, counseling, assistente sociale, cooperante di assistenza e sostegno, ecc.

    Se si escludono i tests psicologici di esclusiva competenza dello psicologo e le certificazioni o relazioni peritali, inclusi i profili di personalità relazionati, tutto il resto che "fa" lo Psicologo è facilmente sovrapponibile a quello che fanno le altre figure professionali contigue. Quando infatti parliamo di "attività dello psicologo" quali "il colloquio", "l'intervista", "il sostegno", "l'analisi e la riflessioni sulle situazioni", "la valutazione delle decisioni e delle scelte", "la riabilitazione",  "la riflessione sui propri punti di vista che riguardino le situazioni" e altro ancora, ci accorgiamo che sono tutte attività relazionali, spesso oggetto di conversazioni comuni e ordinarie e anche di relazioni professionali parallele alla psicologia, come il counseling, la sociologia, la pedagogia, la condivisione con un sacerdote, ecc. -

    Nonostante ciò, lo Psicologo è definito un "professionista sanitario".

    La Legge 251 del 10 agosto 2000 disciplina le professioni sanitarie allocandole in quattro aree: Infermieristiche e Ostetriche - Riabilitative - Tecnico Sanitarie - Tecnico Profilattico. In ciascuna di queste categorie riscontriamo che sono individuabili criteri formativi, mansionari, protocolli e procedure tecniche ben identificabili e tali da poter distinguere una professione dall'altra. Ma la Psicologia non rientra in nessuna di queste categorie con la stessa robustezza sostanziale delle altre, perchè quando vuole definire "colloquio", "riabilitazione", "sostegno", "valutazione", l'unica tecnica quantificabile a sua disposizione sono i tests psicologici: il resto è affidato, per mezzo del dialogo e della parola, alla intuizione e creatività del singolo Psicologo, il quale, di conseguenza, deve essere innanzi tutto un "bravo artista". La Psicologia è fondamentalmente filosofia dell'Anima ed è un'Arte, lungi dall'essere una scienza sanitaria. La stessa parola Psicologia deriva dal greco Psyche (Anima).

    Di conseguenza stiamo vedendo che, in soccorso e supplenza della sua "debolezza sostanziale", lo Psicologo, per tentare di differenziarsi dalle altre figure professionali contigue, è costretto a cercare "forza formale", cioè deve ricorrere alla definizione tautologica che gli proviene da dettati di legge, decreti, pareri istituzionali e così via. Basti guardare la maggior parte dei curricula e delle pubblicità che psicologi e psicoterapeuti fanno a se stessi: prima di tutto a caratteri cubitali evidenziano di essere iscritti all'Ordine degli Psicologi come se questo fosse dimostrazione di chissà quale merito, come vedremo fra poco. Poi divulgano l'elenco delle leggi, dei decreti e delle sentenze che lo definiscono a mezzo di declaratorie e gli danno una configurazione formale e legale, del tutto teorica perchè non correlata ad una parallela e valida descrizione di tecniche specifiche. Poi elencano titoli, diplomi e simili. Ma molto poco dicono sul cosa consiste in concreto la loro identità professionale, cosa fanno in concreto e su quali sono le loro competenze e abilità specifiche uniche e distintive rispetto ad altre professioni. Fanno leva sulla identità formale, giusto perchè sanno che la loro identità sostanziale è vaga, debole, confusa e sovrapponibile con altre identità professionali contigue.

    Andiamo allora a vedere l'Ordine degli Psicologi, ente pubblico attorno al quale è stata costruita, dai primi anni '90 quando fu istituito, tutta l'impalcatura formale a sostegno teorico della debolezza sostanziale dello Psicologo.

    Ricordiamo ancora una volta che in Italia lo Psicologo è tale non perchè si è laureato in psicologia, ha svolto almeno un anno di tirocinio e ha superato l'esame statale di abilitazione, ma lo è solo dopo essersi dovuto obbligatoriamente tesserare e iscrivere all'Ordine degli Psicologi, facendo così apparentemente sembrare che l'Ordine degli Psicologi rappresenti una entità ancora più qualificante dell'Università e dello stesso Stato che ha già rilasciato il titolo di Laurea e il certificato di Abilitazione Professionale.

    Si rischia dunque seriamente che uno Psicologo venga ritenuto un professionista teoricamente valido e affidabile, per definizione burocratica e in seguito al tesseramento all'Ordine e non invece per merito dei suoi studi, perfezionamenti, specializzazioni, abilitazione professionale e principalmente per merito della sua esperienza complessiva come uomo, oltre che come psicologo. E prima di tutto per merito della sua specifica personalità, visto che psicologia e psicoterapia sono realtà che si svolgono essenzialmente sulla base della relazione in quanto persone e non certo in quanto "tecnici".

    Si potrebbe allora cadere nell'errore di credere che l'Ordine degli Psicologi sia un ente in possesso di potere e scienza, tali da fungere da garanzia per l'utenza, sulle competenze e preparazione degli Psicologi iscritti.

    Ma non è affatto così.

    Infatti, nonostante l'enorme potere sul diritto del lavoro, che lo Stato ha consegnato all'Ordine, tuttavia, l'Ordine degli Psicologi non ha fra i suoi compiti quello di accertarsi con proprie procedure dirette, della abilità e competenze dei suoi iscritti, ma può solo garantire della loro regolarità documentale, possesso di laurea, titoli ecc., tutte cose, queste, che qualsiasi utente dello psicologo potrebbe constatare di diritto e personalmente, chiedendo al professionista, il quale è obbligato per legge a soddisfare la richiesta, di mostrare titoli, specializzazioni e qualificazioni, senza alcun bisogno dell'intermediazione di un costosissimo ente pubblico (l'Ordine degli Psicologi). Provate ad andare a vedere cosa scrivono gli Ordini degli Psicologi nei loro siti web: "L'Ordine è garanzia per gli utenti dello psicologo, perchè può garantire che il dato psicologo si attiene al codice deontologico". Secondo questa teoria formale, dunque, un utente dovrebbe sentirsi tranquillo di scegliere uno psicologo "disciplinato", -ed essere disciplinati è certamente una buona cosa- come se questo asservimento normativo, potesse essere garanzia della sua efficacia e della sua capacità di fornire aiuto nel momento pratico e sostanziale del rapporto professionale! Ad esempio, nelle scuole, un alunno con un bel 10 e lode in condotta, potrebbe però avere voti molto bassi nelle altre materie e non risultare del tutto intelligente, anche se disciplinato.

    Questa la burocrazia italiana: la forma prima della sostanza.

     

    §. LA FORMAZIONE SOSTANZIALE DELLO PSICOLOGO

    Ma andiamo allora a vedere come stanno in concreto ed effettivamente sul piano sostanziale le cose, a proposito della formazione dello psicologo, a prescindere dalla sua identità formale e dal suo Albo o Ordine.

    Parlando di sostanza, concretezza e formazione, la domanda di base è la seguente:

    In cosa consiste la formazione dello psicologo, concreta e sul campo, per potere seriamente dire che lo Psicologo è una figura "sanitaria" e sa fare "terapia"?

    Se guardiamo i programmi del Corso di Laurea in Psicologia, i testi di studio e l'organizzazione delle lezioni e della didattica fondata essenzialmente su teoria e nozioni, possiamo facilmente renderci conto che lo Psicologo non ha di fatto acquisito, nel suo corso di studi universitari, nessuna formazione sul campo che lo renda qualificato in diagnosi clinica e terapia delle malattie (vedi qui in dettaglio che cosa è la "Diagnosi Clinica")

    Diagnosi clinica - [E' "diagnosi clinica" quella che viene effettuata in base all'anamnesi e all'esame dei reperti obbiettivi risultanti dall'indagine semiologica e strumentale, tale che conduca ad un inquadramento nosologico della malattia].

    Terapia [E' "terapia" quella branca della medicina che si occupa dei metodi di cura delle malattie. Terapia è il trattamento sistematico di una malattia, insieme dei provvedimenti, delle medicine atti a migliorare lo stato di salute. La "malattia" è ciò che è stato accertato per mezzo della diagnosi clinica].

    Occorre anche sottolineare che è talmente vaga e "volatile" la Psicologia, da consentire da una città ad un'altra e da una Università all'altra, differenze di programmi e corsi di studi in Psicologia e organizzazione della didattica, veramente stupefacenti. Se andate a guardare, ad esempio, i programmi e l'organizzazione didattica del Corso di laurea in Psicologia a Padova o a Chieti, e poi li confrontate con Palermo, rimarrete increduli osservando programmi di studio, formazione e didattica talmente diversi. Se poi guardate il corso di Roma, troverete che hanno inventato un titolo: "Corso di Laurea in Medicina e Psicologia" e la prima cosa che vi viene in mente è che lì si svolgono seri studi integrati fra Medicina e Psicologia. Ma non è così: andate a guardare i programmi, le materie, i testi di studio e la didattica e scoprirete che gli studenti di Medicina e quelli di Psicologia non si incontrano nemmeno al bar, figuriamoci nelle aule, nei laboratori e nella didattica.

    Allora, andiamo a guardare le mancanze nei programmi del Corso di Laurea in Psicologia a prescindere dalla sede:

  • completa assenza, durante la carriera universitaria, di semestri (come si fa in Medicina) presso unità ospedaliere, cliniche o policliniche;

  • studi per lo più umanistici e comunque solo e del tutto teorici, con una didattica improntata sulla lettura di libri e memorizzazione di nozioni;

  • completa assenza di seri studi su anatomia, anatomia patologica, istologia, fisiologia, fisiologia patologica, biochimica e psiconeurofisiologia;

  • vengono fatti studiare esclusivamente accenni descrittivi anatomo-fisiologici, a studenti che per la maggior parte non hanno fatto nessuno studio propedeutico su fisica, chimica, biologia e biochimica, istologia; (per una seria e corretta comprensione della fisiologia e dell'anatomia è indispensabile avere studiato e approfondito fisica, chimica, biologia, biochimica e istologia/embriologia)

  • assenza di studi da laboratorio, per addestrarsi alla visualizzazione citologica e tissutale con uso del microscopio e avere almeno un'idea sperimentale anatomo-funzionale delle correlazioni cervello-mente;

  • assenza di studi su psiconeuroendocrinologia, per potere correlare e comprendere poi, nella loro professione, gli aspetti psicosomatici dei disturbi che le persone presenteranno allo psicologo-psicoterapeuta durante tutta la sua presunta "carriera sanitaria";

  • assenza di studi di neuroanatomofisiologia normale e patologica, per sapere poi identificare, durante la professione e sapere distinguere le malattie mentali dalle più diffuse condizioni di disagio e disturbo psicologico che malattie non sono; agli studenti di psicologia, per esempio, fanno sostenere un esame titolato "psichiatria", che altro non è che la memorizzazione generica, soltanto su libro, della descrizione di alcuni quadri sindromici della malattia mentale, ma nessuna frequentazione pratica di reparti psichiatrici;

  • assenza di laboratori e cliniche di psicologia clinica applicata, di psichiatria clinica, di psicopatologia applicata e supportata da adeguate esperienze in reparti ospedalieri psichiatrici o di psicopatologia;

  • assenza di studi sulle correlazioni psiconeuroendocrinologiche dei meccanismi di azione degli psicofarmaci, per cui poi lo psicologo nella sua professione quando dovrà trattare una persona con disturbi, non sarà mai in grado di sapere concepire, anche se solo in una ipotesi teorica, l'opportunità o meno di abbinare al suo trattamento psicologico, una copertura psicofarmacologica (da suggerire al medico), oppure non sarà mai in grado di sapere distinguere quali dei miglioramenti intervengono nel suo assistito grazie ai farmaci che sta assumendo e/o grazie al suo trattamento, con il rischio serio per la persona cliente dello psicologo, di false diagnosi e false prognosi; e le "false diagnosi" o le "false prognosi" possono indurre lo psicologo-psicoterapeuta al prolungamento di inutili e dispendiose cosiddette "terapie psicologiche" o a gravi sospensioni o conclusioni precoci, fuorviati dal miglioramento sintomatico della persona, però dovuto all'effetto transitorio degli psicofarmaci;

  • assenza di fondamentali di medicina psicosomatica, ecc.

  • assenza di studi pragmatici su semeiotica applicata e procedura pratica anamnestica, per saper fare poi prognosi, diagnosi differenziale e ipotesi terapeutica integrata con il medico -

  • E tutte queste sono solo alcune delle competenze e formazioni da possedere, quali premesse per potere poi pretendere di essere ritenuti "professionisti clinici e sanitari" e per  sapere stabilire terapia- o quanto meno sapere  elaborare un sospetto diagnostico differenziale, da proporre al medico, tanto per fare un esempio fra i tanti casi che si presentano nella pratica professionale allo psicologo, su una possibile malattia tiroidea, endocrina o neurologica, ad esempio in caso di una sindrome depressiva che spesso appare simile sia nelle etiopatogenesi organiche, che francamente psicogene.

    Questo è la formazione dello Psicologo, descritta e definita senza teorie e affermazioni formali.

    Credo, allora, sia d'obbligo chiedersi:

  • Data l'evidenza di questo tipo di preparazione universitaria, sulla base di cosa può dirsi che uno Psicologo sia in grado di svolgere "attività clinica e sanitaria", e cioè fare "diagnosi clinica" e fare "terapia", cioè "curare malattie"? -

  • Basta al cittadino sapere che un laureato in psicologia sia iscritto ad un Ordine, per avere garanzia di qualche sua competenza sanitaria? -

  • L' Ordine degli Psicologi - il quale in Italia è stato collocato dalla politica e dalla burocrazia in una posizione dominante, assoluta e discriminante per l'esercizio della professione, paradossalmente superando in importanza Laurea+Tirocinio+Esami di Abilitazione Statale - è però in realtà qualificato e preposto a verificare la reale competenza clinica e professionale di uno psicologo ed è in grado di fornire garanzia al cittadino, che i suoi iscritti posseggano reale competenza ed abilità?

  • La risposta è: NO.

  • Il ruolo dell'Ordine, infatti, non è quello di formare gli psicologi e nemmeno quello di verificare e garantire la loro reale competenza. Il ruolo dell'Ordine -  composto, in genere, da una dozzina di giovani psicologi e da uno anziano che fa il presidente, posti lì ed eletti per mezzo di "campagne elettorali" e "pratiche" molto simili a quelle che adottano in genere politici e politicanti - è semplicemente burocratico, fiscale e di notariato e si limita al cartaceo e alla verifica documentale.

  • *Nota: a proposito del "potere burocratico italiano" che sostituisce, in Italia, il merito degli individui e la reale verifica di competenza sul campo -e questo non solo in psicologia- conviene ricordare che la Psicologia, pur non essendo per sua natura una disciplina sanitaria, divenne per decreto e sulla carta "attività sanitaria" nel 2008, quando fu approvato il "Decreto Milleproroghe" il quale, al comma 2 dell'art. 24-sexies, stabilì che l'Ordine Nazionale degli Psicologi (gli Ordini sono enti pubblici sotto vigilanza dello Stato), passasse dalla vigilanza, che fino ad allora era stata da parte del Ministero della Giustizia, alla vigilanza da parte del Ministero della Salute. E così nel 2008 gli psicologi, che fino ad allora erano stati dei professionisti d'aiuto umanistici in modo coerente con il loro tipo di studi universitari, improvvisamente e con un colpo di "magia normativa", divennero, sulla carta e con semplice decreto, professionisti "sanitari" , senza però nulla cambiare nei programmi e nella formazione del loro curriculum universitario. Cosa significa, allora, che uno psicologo "svolge attività sanitaria", solo perchè nel 2008 passò, nella sua dipendenza burocratica, da un Ministero ad un altro?

    Cosa, allora, sa fare lo Psicologo, in modo coerente con la sostanza della sua formazione?

    Lo Psicologo è una utilissima figura professionale che ha studiato per svolgere una preziosissima attività non sanitaria di aiuto alle persone (in contraddizione sostanziale con la descrizione che se ne fa sul piano formale), in molti campi del privato e del sociale, esercitando le sue competenze teoriche per mezzo anche della sensibilità umana che si prevede abbia, ed esercitando le sue conoscenze teoriche (che pian piano col passare degli anni e a costo di molto sudore e molti rischi anche da parte degli utenti dei primi anni di professione, diverranno anche pratiche), sul funzionamento della mente umana nei confronti di se stessa e nei confronti della mente degli altri e della realtà oggettiva. Può fornire molto sostegno, guida, accompagnamento, aiuto a riformulare gli schemi mentali di decodificazione della realtà. Può aiutare ad avviarsi verso nuove decisioni e scelte, adeguate e armoniose. Fornisce sostegno, consolazione, compagnia professionale. (sul piano formale delle norme, delle leggi e dei decreti, sulla carta, nonostante il suo tipo di formazione, si dice, invece, che lo psicologo è abilitato ad attività clinica, sanitaria, a fare diagnosi di psicopatologia e a stabilire terapia).

    Lo Psicologo non ha studiato per acquisire cultura e formazione biologica, medica e clinica, ma ha studiato e si è formato per eseguire un'Arte, non un'attività sanitaria clinica, una Arte Maiuscola, che è quella di mettersi a disposizione con la sua Anima prima che con la sua mente. Lo Psicologo e la Psicologia sono nati liberi e sono liberi per loro stessa natura e nella libertà, poichè la Psicologia deve reinventarsi continuamente non essendo una scienza esatta e nemmeno una scienza biologica, sono creativi e di grande aiuto. (La Psicologia ha una struttura scientifica soltanto nella sua versione sperimentale: cioè nel momento dell'applicazione dei protocolli di ricerca, quando elabora ipotesi, teorie, metodologie scientifiche di ricerca e di verifica e lo è proprio perchè nella versione sperimentale la Psicologia può avvalersi di solide scienze, quali la Statistica, la Fisica, la Biologia e la Chimica).

    Ma a me, che, data la mia età ed esperienza anche professionale, data la mia formazione sia psicologica che medica, ho vivida nella mia memoria la Psicoanalisi e la Psicologia degli anni '70 e '80, sembra  invece che si sia voluto strozzare e costringere la Psicologia e lo Psicologo nella strettoia della presunta attività sanitaria e dal mio personale punto di vista, questo a partire dal complesso di inferiorità storica degli psicologi nei confronti dei medici.

    Capisco che in quegli anni si voleva aiutare quei "sedicenti psicologi" che lavoravano nelle strutture pubbliche -erano pochi, la maggior parte laureati in filosofia, pedagogia, lettere e simili ed erano molto snobbati e strapazzati- e si voleva fare cessare la vergogna del fatto che talvolta il loro compito mal si distingueva da quello degli infermieri, degli inservienti e di coloro che andavano a prendere il caffè per portarlo allo psichiatra di turno. Certo, è comprensibile e anche compassionevole. Ma è' mia personale opinione, maturata proprio perchè per tanti anni ho lavorato da Psicologo, che, volendo atteggiarsi a "sanitari", gli psicologi non hanno ottenuto altro che evidenziare l'ignoranza clinica e sanitaria ereditata dal loro corso di studi universitari e hanno smarrito la loro vera identità intellettuale di professionisti umanistici liberi, creativi e incontrollabili, e principalmente avrebbero dovuto restare fuori dalla pubblica sanità, dalla burocrazia e dall'apparato statale. E gli Psicologi avrebbero dovuto evitare di confondersi con gli Psicoterapeuti e gli Psicoanalisti, che sono tutt'altra cosa.

    La Psicologia, nella sua eterna fatica di cercare di spiegare a se stessa e agli altri del perchè essa esiste e nella sua incorreggibile debolezza di identità, ha nel suo Karma il destino di dover avere sempre dei concorrenti con cui combattere: ieri di più i medici e gli psichiatri e oggi di più i Counselors e figure analoghe. E da Psicologo, lo dico con profondo dispiacere.

    Per non parlare, poi, dell'inflazione di decine di migliaia di laureati in psicologia, negli ultimi tempi. Oggi gli Psicologi sono sfornati a migliaia dalle università e sono diventati così tanti da averne uno ogni due metri in ogni strada e in ogni condominio, con il risultato, per questa moltitudine di neo laureati, di incontrare enormi difficoltà di lavoro, specialmente perchè molti di loro pretendono di fare "attività sanitaria", affascinati dall'illusione di essere diventati dei "dottori sanitari", solo perchè si sono laureati in psicologia, illusi di avere così imboccato una comoda scorciatoia universitaria, al posto di Medicina e Psichiatria.

    E' allora del tutto evidente che in Italia, per salvare la Psicologia, gli Psicologi e i loro Utenti, occorrono quattro cose:

    1. Riforma e urgente qualificazione completa del piano di studi universitario e della prassi didattica

    2. Istituzione di laboratori e studi pragmatici, prima che teorici e nozionistici

    3. Un severissimo numero chiuso all'Università

    4. Abolizione della burocrazia e del soffocamento normativo su studenti e professionisti, per ossigenare la libertà di intraprendere e lavorare

     

    In sintesi: la Psicologia e la professione di Psicologo, hanno bisogno di tornare ad essere libera, per rifiorire, reinventarsi, produrre progresso e lavoro nella libera iniziativa di ciascun Psicologo, se non vuole morire soffocata e senza identità. Occorre lasciare gli Psicologi liberi di creare il loro lavoro, ciascuno secondo le proprie autentiche intelligenze e abilità. La Psicologia ha bisogno di "selezione naturale" e non di quella attuale dei baronati, delle corporazioni, della politica e della burocrazia. Ma prima di tutto ha bisogno di una urgente riqualificazione e specializzazione scientifica seria, nell'Università e nelle Scuole di Specializzazione post-universitarie.

    Tornando alla questione delle competenze cliniche/sanitarie dello Psicologo, occorre anche precisare che soltanto in alcuni corsi di specializzazioni in psicoterapia, questa abbondante ignoranza e assenza di cultura clinica dello psicologo, viene in parte compensata.

    Sostanzialmente, dunque, non certo l'attività dello psicologo può essere seriamente ritenuta una attività sanitaria -dovendosi intendere quale attività clinica sanitaria primaria, come è per il medico, quella che possiede scienza di diagnosi clinica, riconoscimento della malattia e scienza e competenza di organizzazione della terapia, altrimenti si deve parlare di attività sanitaria servente, come è per l'infermiere, il famacista, il fisioterapista e altri professionisti di supporto al medico- ma forse e non sempre soltanto quella dello psicoterapeuta e sempre che egli sia affiancato e confermato, nel momento della diagnosi e della terapia, da un medico o meglio da uno psichiatra, così come avviene nelle strutture pubbliche.

    Nel chiuso del proprio studio privato lo psicologo semplice o lo psicoterapeuta-psicologo, senza affiancamento del medico-psichiatra, da solo difficilmente possiamo dire che è formato, qualificato e in grado di svolgere quella che chiamiamo attività sanitaria, che si fonda sul saper fare diagnosi clinica e terapia. E questo già vale per lo Psicoterapeuta. Figuriamoci per lo Psicologo, il quale è ben altra figura digiuna e disinformata sulla pratica clinica.

    Per quanto riguarda la "Diagnosi", che è una delle attività dello Psicologo nominate nella legge 56/89 dello psicologo, è doveroso distinguere la psico-diagnosi testologica, che è l'unica che può fare lo psicologo, dalla diagnosi clinica che invece compete al medico-psichiatra. La "diagnosi" che fa lo psicologo, altro non è che quella che deriva dalla somministrazione e sviluppo di tests e questionari psicologici, che conducono a probabilità sindromiche ricavate dalla struttura statistica del test.

    I risultati del test psicologico sono equivalenti ai risultati cui giunge un radiologo o un ecografo, ad esempio. Ma sulla base delle radiografie o ecografie, solo il medico specialista poi farà diagnosi clinica. Lo stesso vale per lo psicologo e i suoi tests: i risultati del test vanno consegnati allo psichiatra come delle radiografie o ecografie, affinchè il medico li usi, insieme ad altri dati anamnestici e semiologici di esclusiva competenza dello psichiatra, per fare la vera diagnosi clinica e stabilire la terapia, inclusa l'indicazione di psicoterapia. E lo psicoterapeuta (mai lo psicologo che non può fare nessuna terapia), durante la psicoterapia, deve episodicamente ricorrere alla supervisione dello psichiatra, nell'interesse della salute del paziente, perchè nemmeno lo psicoterapeuta è autonomo di fronte alla malattia.

    Dunque lo Psicologo è formato per fare psicodiagnosi (per mezzo di tests, reattivi, questionari e osservazione) ma non è formato per fare diagnosi clinica (per mezzo di anamnesi, semeiotica, procedure diagnostiche differenziali e prognosi) e non è formato per somministrare nessuna terapia, (poichè la terapia, mirata a guarire malattie, può essere solo conseguenza di una corretta diagnosi clinica). Lo Psicologo non è nemmeno Psicoterapeuta.

    Lo Psicoterapeuta può fare "terapia", ma deve essere affiancato dal medico-psichiatra, il quale è l'unico specialista in grado di stabilire "quale cura per quale malattia".

     

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    Quali sono i requisiti per esercitare la professione di Psicoterapeuta

    Chi è e cosa fa lo Psicoterapeuta

     

    Dopo avere sopra visto cosa riguarda lo Psicologo, qui adesso vedremo sia aspetti formali che sostanziali, per quanto riguarda lo Psicoterapeuta.

    Lo Psicoterapeuta è una figura terza rispetto allo Psicologo e al Medico.

    Lo Psicoterapeuta non è Psicologo e nemmeno Medico.

    Lo Psicoterapeuta, pur non essendo psicologo o medico, è un professionista tuttavia laureato in Psicologia o in Medicina.

    Non è mai stato istituito un Ordine degli Psicoterapeuti.

    Precisiamo che, a torto o a ragione, la Psicoterapia in quanto definita "terapia" pur non essendo un atto medico (nonostante le affermazioni dei magistrati della sentenza n. 14408 del 11 aprile 2011), in Italia viene considerata "attività sanitaria" e come tale, secondo le normative italiane, deve essere una professione regolamentata e controllata dallo Stato. Per questo motivo, dal 2008, lo Psicoterapeuta erroneamente reso equivalente allo Psicologo o al Medico, pur non avendo un proprio Ordine degli Psicoterapeuti, che non esiste, deve essere inserito in un ente statale di controllo e poichè non esiste l'Ordine degli Psicoterapeuti, altro non si è potuto fare che inserire gli psicoterapeuti in un elenco depositato presso l'Ordine degli Psicologi o presso l'Ordine dei Medici.

    Ripetiamo che la Psicologia, pur non essendo per sua natura una disciplina sanitaria, divenne per decreto e sulla carta "attività sanitaria" nel 2008, quando fu approvato il "Decreto Milleproroghe" il quale, al comma 2 dell'art. 24-sexies, stabilì che l'Ordine Nazionale degli Psicologi (gli Ordini sono enti pubblici sotto vigilanza dello Stato), passasse dalla vigilanza, che fino ad allora era stata da parte del Ministero della Giustizia, alla vigilanza da parte del Ministero della Salute. E così nel 2008 gli psicologi, che fino ad allora erano stati dei professionisti d'aiuto umanistici in modo coerente con il loro tipo di studi universitari, improvvisamente e con un colpo di "magia normativa", divennero, sulla carta e con semplice decreto, professionisti "sanitari" , senza però nulla cambiare nei programmi e nella formazione del loro curriculum universitario. Ma non solo: nello stesso anno 2008, anche la Psicoterapia fu ufficialmente ritenuta una attività sanitaria, semplicemente perchè si continuano impropriamente a sovrapporre, come se fossero la stessa cosa, Psicologia con Psicoterapia e Medicina con Psicoterapia. E questa confusione, anche legislativa, provoca molto disorientamento e incertezza nelle persone che hanno bisogno di aiuto, perchè indotte a confondere le figure professionali, che devono invece restare nettamente distinte.

    Lo Psicoterapeuta è un professionista laureato in Medicina e/o in Psicologia, che, dopo la laurea, si è specializzato in Psicoterapia. Lo Psicoterapeuta è quindi una figura professionale nettamente distinta e diversa sia dallo Psicologo che dal Medico. Esercitando da Psicoterapeuta è a sua discrezione scegliere se vuole anche esercitare da Psicologo (se laureato in Psicologia) oppure anche da Medico (se laureato in Medicina). Altrimenti può scegliere di esercitare esclusivamente da Psicoterapeuta. Lo Psicoterapeuta esercitando la Psicoterapia, prende in carico persone affette da psicopatologia e/o malattie mentali, affiancandosi alla più complessa terapia prescritta dallo Psichiatra o dal Neurologo, dai quali lo Psicoterapeuta, nei casi di malattia/psicopatologia, riceve supervisione durante lo svolgimento della Psicoterapia. Lo Psicoterapeuta-Psicologo lavora invece in autonomia, quando ha in trattamento persone senza malattia/psicopatologia.

    Lo Psicoanalista e/o Psicoterapeuta Analista, a differenza dello Psicoterapeuta, prende in carico persone a prescindere dalla terapia delle malattie mentali e della psicopatologia. Egli infatti può prendere in analisi le persone e i percorsi analitici si distinguono dalla psicoterapia, perchè non necessariamente assumono come obiettivo una guarigione. La guarigione in analisi addiviene come effetto collaterale dell'analisi stessa, mentre in psicoterapia essa è l'obiettivo unico per cui una psicoterapia sussiste. E questo è e rimane scientificamente, culturalmente ed accademicamente vero, nonostante la sentenza n. 14408 del 11 aprile 2011.

    E' anche da vedere quanto è legalmente e logicamente corretto, oppure non lo è, considerare comunque Psicoterapia e anche Psicologia, quali "attività sanitarie primarie" (con potere primario) nei confronti della salute delle persone, intendendosi per attività sanitarie primarie quelle che posseggono scienza per diagnosticare, individuare e accertare malattie e rischi fondamentali per la salute e quelle che possono inoltre essere in grado di intervenire di scienza a guarire le malattie e i rischi fondamentali per la salute. In questo senso l'attività sanitaria del medico possiede potere primario. Esistono poi "attività sanitarie serventi" che non posseggono potere primario nei confronti della salute delle persone, perchè non posseggono scienza di diagnosi e di terapia nei confronti delle malattie. Sono attività sanitarie serventi, ad esempio, quelle dell'infermiere, del farmacista, del fisioterapista, ecc. che fungono da attività di supporto e affiancamento al medico. A rigor di logica e di legge, non possiamo fare equivalere lo psicologo e lo psicoterapeuta, al medico, attribuendo loro potere primario sulla salute delle persone, data l'assenza e/o la carenza di studi, pratiche e abilità cliniche e sanitarie, sin dall'università, di queste figure. E' ovvio che psicologo e psicoterapeuta altro non possono essere, per voler essere generosi, che "attività sanitarie serventi". O più propriamente: non sono per nulla attività sanitarie.

    Nonostante questo, però, per la Psicoterapia le cose restano molto confuse, ambigue e indefinite.

    Infatti, come abbiamo prima visto, la legge 56/89, pur avvitandosi in definizioni tautologiche, cerca di abbozzare un tentativo di descrizione e definizione di che cosa è e cosa fa lo psicologo nel suo lavoro, per distinguerlo da altre professioni. Ma per quanto riguarda la psicoterapia non esiste nemmeno questo. La psicoterapia e lo Psicoterapeuta non sono descritti e definiti da nessuna legge. Come al solito nella burocratica Italia, hanno inserito, tra l'altro nella legge 56/89 (titolata "Ordinamento della Professione Psicologo") che riguarda evidentemente solo gli Psicologi, che ben nulla hanno a che fare con gli psicoterapeuti, una semplice descrizione formale e burocratica di quali sono i titoli da possedere per dirsi "psicoterapeuta", includendo nella stessa legge anche i laureati in medicina (??).....

    Diversamente da quanto previsto nell’ originario disegno di legge Ossicini ( Senato della Repubblica, VIII legisl., disegno di legge n. 615, 20 dicembre 1979 ), e discostandosi apparentemente anche dal limite indicato nel titolo del provvedimento legislativo ( Ordinamento della professione di Psicologo ), la legge 18 febbraio 1989, n. 56, ha espressamente disciplinato anche l’ esercizio della attività di psicoterapeuta, istituendo all’ interno dell’ albo degli psicologi e dei medici e degli odontoiatri, un elenco speciale degli psicoterapeuti.

     
    Nell’ art. 3 della stessa legge 56/89 nata per l'ordinamento della figura dello Psicologo, si prevede infatti che “ l’ esercizio dell’ attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione ed addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all’ art. 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica. Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione medica. Previo consenso del paziente, lo psicoterapeuta ed il medico curante sono tenuti alla reciproca informazione “.

    Come si vede l'art. 3 della legge dice chiaramente che per esercitare da psicoterapeuta occorrono solo due cose: la laurea (in medicina o in psicologia) e la specializzazione post-laurea.

    L’ art. 35 delle norme transitorie prevede inoltre che, “ in deroga a quanto previsto dall’ art. 3, l’ esercizio dell’ attività psicoterapeutica è consentito a coloro i quali o iscritti all’ ordine degli psicologi o medici iscritti all’ ordine dei medici e degli odontoiatri, laureati da almeno cinque anni, dichiarino, sotto la propria responsabilità, di aver acquisita una specifica formazione professionale in psicoterapia, documentandone il curriculum formativo con l’ indicazione delle sedi, dei tempi e della durata, nonché il curriculum scientifico e professionale, documentando la preminenza e la continuità dell’ esercizio della professione psicoterapeutica. E’ compito degli ordini stabilire la validità di detta certificazione. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 sono applicabili fino al compimento del quinto anno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge “. -

    Come si può constatare, l'art. 35 dice che l'Ordine degli Psicologi è demandato ad accertarsi, nei confronti dei suoi iscritti, (cioè di coloro che vogliono esercitare da Psicologi), del possesso dei titoli (laurea + specializzazione in psicoterapia) qualora essi, già psicologi iscritti, vogliano anche esercitare quali Psicoterapeuti. In questo caso l'Ordine è demandato ad emettere un certificato di "consenso ad esercitare la psicoterapia", ma -si badi bene- consenso che può dare soltanto ai laureati in psicologia che, volendo esercitare da Psicologi, si sono per questo iscritti all'Ordine. L'Ordine degli Psicologi, infatti, non può rilasciare nessun consenso ad esercitare la psicoterapia, nei confronti degli Psicoterapeuti laureati in psicologia, che non volendo esercitare anche da Psicologi, non si iscrivono all'Ordine.

    E' evidente, comunque, che il "consenso" rilasciato dall'Ordine degli Psicologi ai suoi iscritti, cioè a quelli che vogliono fare gli psicologi, ad esercitare la psicoterapia, non è equivalente ad "autorizzazione" o "abilitazione", ma altro non è che una attestazione di possesso dei titoli, che "consente ai propri iscritti ad esercitare, perchè già si è abilitati ed autorizzati a farlo in virtù del possesso dei titoli che si sono conseguiti".  L'autorizzazione e l'abilitazione vera e propria, viene invece rilasciata dalle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia, che sono comuni sia per i laureati in psicologia, che per i laureati in medicina.

    *[ è importante però precisare che negli ultimi anni, in seguito alla equiparazione, avvenuta nel 2008, della psicoterapia con la psicologia e di ambedue con le attività sanitarie, si è venuto a creare una situazione molto equivoca: perchè da un lato resta vero, analizzando attentamente la legge, che il laureato in psicologia, specializzato in psicoterapia, se non vuole esercitare anche da psicologo non ha nessun obbligo di iscriversi all'Ordine degli Psicologi e dovrebbe potere esercitare liberamente la professione di psicoterapeuta, visto che questa è professione ben diversa da quella di psicologo; tuttavia, essendo stata la psicoterapia da qualche anno equiparata a psicologia e alle professioni sanitarie e poichè in Italia tutte le attività sanitarie non possono essere esercitate come professioni libere, ma devono essere regolamentate, ecco che allora lo psicoterapeuta si deve anche lui iscrivere ad un Ordine e siccome non esiste un Ordine degli Psicoterapeuti, non può fare altro che subire il riprovevole obbligo di doversi per forza iscrivere ad un Ordine diverso dalla professione che vuole esercitare, per farsi iscrivere nell'elenco depositato presso tale Ordine (degli Psicologi o dei Medici), divenendo questo una ingiusta forzatura sul diritto costituzionale di libertà individuale di lavorare legalmente secondo i propri titoli, perchè non consente al professionista psicoterapeuta di scegliere di esercitare solo da Psicoterapeuta e, se non lo vuole, di non essere e di non esercitare da Psicologo! ].

    Nel 1989, al varo della legge 56/89, si rendeva necessario fornire un legale modo di riconoscimento di tutti quei professionisti -alcuni dei quali erano laureati in psicologia, altri in medicina, ma altri ancora, più anziani erano laureati in filosofia, lettere, pedagogia, giurisprudenza ed altro ancora- che negli anni precedenti avevano già iniziato la loro libera professione da psicoterapeuti. La legge, per questo scopo, designò il neonato Ordine degli Psicologi a controllare che i professionisti che esercitavano già la professione di psicoterapeuti, fossero laureati in psicologia o medicina e avessero conseguito una specializzazione. E lo stesso fece l'Ordine dei Medici. Per questi "vecchi psicoterapeuti" esistenti da anni prima della legge 56/89 e prima della nascita dell'Ordine, fu stabilito dalla legge di collocare presso l'Ordine degli Psicologi, un elenco dei nominativi degli Psicologi, che erano risultati, oltre che laureati in psicologia, anche specializzati in psicoterapia e quindi legalmente a posto per esercitare, oltre che da psicologi, anche da psicoterapeuti (la legalità e quindi il consenso, ai propri iscritti, ad esercitare da Psicoterapeuta, attestata dall'Ordine degli Psicologi, era data, così come descritto nella legge, dal possesso dei titoli rilasciati dallo Stato e non dal dovere di mantenimento dell'iscrizione all'Ordine, qualora non si volesse esercitare anche da Psicologi). Per quelli laureati in altro, si fece una sanatoria.

     
    La non definita attività psicoterapeutica, così, fu impropriamente collocata dalla predetta legge Ossicini all’ interno della neo professione di psicologo, nonché all’ interno della professione medica. Gli psicoterapeuti risultano essere suddivisi in due elenchi inseriti l’ uno nell’ albo professionale degli psicologi e l’ altro in quello dei medici e degli odontoiatri.
     (v.Galgano)

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    La Psicoanalisi e la professione di Analista

     

     

    Nel varo della Legge 56/89, che regolamenta l'attività di Psicologo, il legislatore, consapevole della specificità della psicoanalisi, dopo un approfondito dibattito parlamentare, ha correttamente eliminato dal testo definitivo il richiamo alle psicoterapie ad orientamento analitico contenuto nel progetto di legge: la psicoanalisi non viene neppure menzionata nella legge 18 febbraio 1989, n. 56. Ciò significa che, gli psicoanalisti e le loro associazioni e scuole fuoriescono dall’ ambito di applicazione della legge Ossicini.

    Alla luce di una vasta letteratura e giurisprudenza, appare chiaro che chiave interpretativa accettabile è quella che valorizza l’ esclusione, alla luce delle più volte segnalate differenze tra le psicoterapie ad orientamento analitico e le altre. Emerge un ulteriore dato che avvalora la interpretazione qui sostenuta, e cioè che la psicoanalisi tradizionale non è stata disciplinata dalla legge 18 febbraio 1989, n. 56 e che, pertanto, è estranea al suo ambito di applicazione.
    Infatti, la specifica formazione professionale (laurea in psicologia o medicina più specializzazione in psicoterapia), richiesta dalla legge Ossicini ai fini dell’ abilitazione all’ esercizio dell’ attività psicoterapeutica è del tutto diversa dalla specifica formazione professionale storicamente richiesta per l’ esercizio dell’ attività psicoanalitica oppure dell'attività da psicologo. Il punto è che le conoscenze tecniche e pratiche e le informazioni teoriche e culturali necessarie per lo svolgimento dell’ attività psicoterapeutica ai sensi della legge n. 56/1989, non sono affatto idonee ai fini dell’ attività psicoanalitica.
    Risulta di palmare evidenza, dunque, che la legge n. 56/1989 ha esclusivamente disciplinato l’ attività psicoterapeutica degli psicologi e dei medici, e non anche l’ attività psicoanalitica (e delle psicoterapie ad orientamento analitico), che pertanto continua ad essere sottoposta al regime previdente all’ entrata in vigore della legge Ossicini. (v.Galgano)

    Valgono, per gli psicoanalisti (e gli psicoterapeuti ad orientamento analitico), i principi generali del codice civile, il quale regola, agli artt. 2229-38, le professioni intellettuali e distingue, nell’ ambito di queste, le professioni intellettuali per l’ esercizio delle quali la legge rende 2 necessaria l’ iscrizione in appositi albi o elenchi “ ( art. 2229 ), ossia le cosiddette professioni protette. Una legge in tal senso ora vige, come già per i medici, anche per gli psicologi, ma non anche per gli psicoanalisti, ai quali si applicano solo le comuni norme dettate dal codice civile per i professionisti intellettuali non iscritti in appositi albi o elenchi ( o non protetti ). Ad essi si applicano altresì i principi elaborati in ambito comunitario per le professioni intellettuali in genere e comportanti l’ assimilazione dei professionisti intellettuali agli imprenditori agli effetti dell’ applicazione delle norme anti trust ( sul punto rinvio a "Professioni intellettuali e concetto di impresa, in Contratto e impresa/Europa, 1997, pag. 1" (v.Galgano)
     

    La tradizione ha sempre differenziato l’ esercente le professioni liberali dall’ imprenditore; spesso la condizione e la considerazione sociale dell’ uno e dell’ altro sono state nettamente contrapposte. Questa differenziazione si riflette nel codice civile, che nega ai professionisti intellettuali la qualità di imprenditore e li sottrae al relativo statuto; e ciò quantunque il codice civile abbia adottato un concetto quanto mai esteso di imprenditore, tale da ricomprendere in astratto anche i professionisti intellettuali.

    La giurisprudenza ha cominciato con l’ introdurre dei distinguo. Entro la categoria dei professionisti intellettuali bisogna procedere ad un duplice ordine di classificazioni. Si deve distinguere, in primo luogo, fra professioni cosiddette protette, il cui esercizio cioè richiede l’ iscrizione in appositi albi a norma dell’ art. 2229, comma 1°, codice civile, pena fra l’altro la perdita del diritto a compenso per la prestazione eseguita ( art. 2231 ), e professioni intellettuali non protette, per le quali non è richiesta l’ iscrizione in albi, come è fatto palese dall’ art. 2231, comma 1°. E di ciò ha preso atto Cass., 4 aprile 1980, n. 2228, in Mass. Foro it., 1980, la quale ha statuito che “ nella categoria generale delle professioni intellettuali, solo quelle determinate dalla legge ( art. 2229, comma 1°, c. c. ) sono tipizzate ed assoggettate all’ iscrizione in albi ed elenchi; mentre all’ infuori di queste, vi sono non solo professioni intellettuali caratterizzate per il loro specifico contenuto, ma anche prestazioni di contenuto professionale o intellettuale non specificatamente caratterizzate, che bene possono essere oggetto di rapporto di lavoro autonomo, quale il lavoro gestorio “.
    Ci sono altresì professioni protette all’ interno delle quali si deve distinguere fra prestazioni esclusive o tipiche, riservate agli iscritti all’ apposito albo, e prestazioni non esclusive o atipiche, che sono normalmente eseguite da iscritti all’ albo, ma che possono essere fornite da chiunque, anche se non iscritto all’ albo professionale. E’ il caso, anzitutto, della consulenza legale stragiudiziale, individuato già da Cass., 18 maggio 1957, n. 1651, in Foro it., 1958, I, c. 93; e più recentemente da Cass., 7 luglio 1987, n. 5906, in Nuova giur. Civ., 1988, p. 338 secondo la quale “ è valido,il contratto di opera intellettuale avente ad oggetto consulenza legale extragiudiziale, stipulato con soggetto non iscritto al locale albo, non riferendosi ad attività che la legge prescrive siano poste in essere esclusivamente da professionisti abilitati all’ esercizio di attività professionale; ne consegue che la relativa prestazione contrattuale è lecita e va retribuita pur non potendosi al compenso applicare obbligatoriamente la tariffa professionale “.

    Fra le professioni protette ve ne sono alcune, come le professioni sanitarie, che sono protette in ogni loro manifestazione, le prestazioni sanitarie essendo tutte prestazioni esclusive. Qui entra in gioco la valutazione distintiva fra Psicoterapia e Psicoanalisi, poichè la professione sanitaria è tale se implica diagnosi e terapia di una malattia e questa è attività esclusiva del medico. Poi vi sono attività sanitarie di supporto al medico, come l'infermiere o lo psicologo: ma questo si concretizza solo in strutture sanitarie, ospedali, ecc e non già nel privato, dove lo psicoterapeuta e ancora di più l'analista, non stanno svolgendo attività sanitaria, da soli e in autonomia, nel chiuso del loro studio professionale, senza la presenza e responsabilità di un medico.

    Da quanto sopra esposto discende che:
    a) la legge Ossicini non detta norme sulla psicoterapia in genere e non fa di essa una professione protetta nel senso dell'art. 2229 del codice civile, ma si riferisce solo alla psicoterapia praticata da psicologi e da medici, lasciando impregiudicato il trattamento normativo degli psicoterapeuti diversi dagli psicologi a dai medici e, in particolare, quello degli psicanalisti, che restano sottoposti ai principi generali del codice civile;
    b) la pratica analitica può perciò essere legittimamente condotta anche da soggetti non in possesso di una laurea in medicina o in psicologia;
    c) gli psicoanalisti non iscritti negli elenchi contenuti negli albi degli psicologi e dei medici e degli odontoiatri, non incorrono in esercizio abusivo della professione di psicoterapeuta, in quanto la psicoanalisi è una professione diversa dalla psicoterapia disciplinata dalla legge n.56/ l989.
    Dovranno, per evitare possibili confusioni, fregiarsi del titolo specifico di psicanalista, indicando la società o scuola di psicanalisi cui appartengono, non già qualificarsi genericamente quale psicoterapeuta.
    (v.Galgano)

    Tuttavia, nel 2011, appare in controtendenza la seguente sentenza della Cassazione, che definisce la Psicoanalisi alla pari della Psicoterapia e definisce ambedue come "attività di esclusiva pertinenza medica", addirittura affermando che perfino quello che fino ad allora era stato denominato il "colloquio psicologico" era da intendersi come "atto medico"  (vedi qui la sentenza n. 14408  del 11 aprile 2011) - Io credo che l'enormità contenuta in questa sentenza sia passata inosservata o sia stata sottovalutata, per il fatto che dei magistrati, ovviamente senza sufficiente preparazione e competenza specialistica nell'ambito delle Scienze Psicologiche, Psicoanalitiche e Psicoterapeutiche, abbiano creduto di potere modificare, sulla base del loro personale convincimento, degli assiomi storici, culturali, scientifici e accademici, che affondano le radici in tutta la storia psicoanalitica a partire da Sigmund Freud. E credo che sia tuttora sottovalutato il fatto che se a qualcuno, magari per i propri interessi corporativi, dovesse venire in mente di utilizzare questa sentenza, potrebbe in un solo colpo mettere fuori legge tutti gli Psicoterapeuti e gli Psicoanalisti con laurea in psicologia, dato che quei magistrati hanno asserito che queste sono attività di esclusiva pertinenza medica. Secondo questa sentenza dunque tutti gli Psicoterapeuti con laurea in psicologia, stanno esercitando abusivamente la professione di medico. Mostruosità come questa, contribuiscono e non poco a fomentare l'incertezza, la confusione e la debolezza di identità, che caratterizza le professioni di Psicologo, Psicoterapeuta e Psicoanalista.

    Nell'incertezza di identità e di definizione di queste discipline, chiunque infatti, in Italia, può affermare tutto e il contrario di tutto.

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    CONCLUSIONI e RIFLESSIONI

    Concludendo e per la precisione, occorre sottolineare che essendo tutta la materia qui trattata abbastanza confusa, incerta e mal definita, in Italia, quando questa è la situazione legislativa e normativa (e purtroppo accade per diverse situazioni), aumenta il potere interpretativo di un magistrato qualora sia chiamato a decidere su una controversia, il quale, dovendosi districare nella confusione legislativa e nella sua poca chiarezza, di solito risolve la questione facendo riferimento al suo cosiddetto "libero convincimento", interpretando le diverse norme dal suo punto di vista e a quel punto tutto può accadere.

    Vale allora la pena, per evitare di incorrere in dispute legali e in una ben poco gradita interpretazione di un magistrato, riflettere sul fatto che indubbiamente la legge n.56 del 18/02/1989 "Ordinamento della professione di psicologo" (e non mai "Ordinamento della professione di Psicoterapeuta) rimane vaga sulla "questione psicoterapia", nonostante gli aggiornamenti che si sono susseguiti negli anni dopo il suo varo. Ancora oggi la Legge 56/89 nei suoi artt. 3 e 35, altro non fa che dettare quali sono i requisiti per cui venga riconosciuto la qualifica e il diritto di esercitare da Psicoterapeuta e che l'ente preposto all'accertamento di quei requisiti, sono gli Ordini degli Psicologi o dei Medici.

    Ebbene: i requisiti minimi richiesti per essere riconosciuti quali aventi diritto e qualifica da Psicoterapeuta sono la laurea in psicologia o medicina e avere conseguito il diploma di specializzazione in psicoterapia. Per quanto riguarda gli psicoterapeuti-psicologi, la legge dice che questi in quanto psicologi se si iscrivono all'Ordine e se hanno i requisiti, verranno riconosciuti come psicoterapeuti grazie ai requisiti che posseggono e che vengono accertati e riconosciuti.

    Ma -e questo è importante- mentre la legge dice chiaramente che per esercitare da Psicologo non solo si devono avere i requisiti (che accerta sempre l'Ordine), ma deve anche obbligatoriamente mantenere l'iscrizione all'Ordine stesso, così non è per gli Psicoterapeuti.

    Infatti (vedi art. 35 della legge 56/89) la legge dice che si deve essere iscritti all'Ordine nel momento della richiesta di accertamento dei titoli, per consentirgli di accertare la regolarità dei titoli e requisiti, ma la legge a quel punto non dice più nulla e non dice, come per gli psicologi, in cosa consista l'attività di psicoterapeuta e nemmeno dice che lo psicoterapeuta dopo essere stato accertato nella regolarità dei suoi titoli debba rimanere iscritto all'Ordine per esercitare.

    Se del resto ci si chiede per quale ragione l'elenco degli psicoterapeuti-laureati in psicologia, è gestito dall'Ordine degli Psicologi, il quale nulla ha a che fare con gli psicoterapeuti, la risposta ragionevole è che essendo obbligatoria la laurea in psicologia per poi potersi specializzare in psicoterapia, si presume che lo psicoterapeuta-psicologo "faccia" anche lo psicologo e quindi, se fa lo psicologo, deve essere iscritto all'Ordine degli Psicologi. E se invece lo Psicoterapeuta (laureato in psicologia) non intende esercitare la professione di Psicologo, ma solo quella di Psicoterapeuta? Potremmo mai dire che Psicologo è  un contenitore più capiente rispetto a Psicoterapeuta e quindi lo contiene? Certamente no: infatti si deve già essere laureati in psicologia per aggiungere la specializzazione in psicoterapia, ma non devi necessariamente fare lo psicologo, per fare lo psicoterapeuta!

    Quindi si può esser laureati in psicologia e non esercitare da Psicologo, e in questo caso il laureato in psicologia che non esercita da Psicologo, non ha ovviamente necessità di iscriversi all'Ordine degli Psicologi. E se esercita soltanto da Psicoterapeuta e non da Psicologo, non esistendo un Ordine/Albo degli Psicoterapeuti......?

    Allora che cosa dire dei casi in cui vi siano laureati in psicologia, regolarmente specializzati in psicoterapia, che si vogliono astenere dal "fare gli psicologi"? Ebbene, questi Psicoterapeuti che intendono soltanto esercitare da psicoterapeuti, astenendosi dall'esercitare da psicologi, possono a rigor di logica anche astenersi dall'iscriversi all'Ordine degli Psicologi, perchè non interessati ad esercitare da psicologi e possono legalmente esercitare la loro libera professione intellettuale di Psicoterapeuta, ai sensi sia del già citato art. 2229 ss. cod.civ.  e anche  ai sensi  della Legge 4/2013. E se non esercitano da Psicologi non hanno nessuna necessità di essere iscritti nell'elenco degli psicoterapeuti-psicologi gestito dall'Ordine degli Psicologi.

    Per comprendere meglio questo punto, allora facciamo ancora riferimento alla legge apposita del codice civile: Art. 2229 “Esercizio delle professioni intellettuali”:

    L'articolo 2229 recita: “La legge determina le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi. L'accertamento dei requisiti per l'iscrizione negli albi o negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti sono demandati alle associazioni professionali sotto la vigilanza dello Stato, salvo che la legge disponga diversamente. Contro il rifiuto dell'iscrizione o la cancellazione dagli albi o elenchi, e contro i provvedimenti disciplinari che importano la perdita o la sospensione del diritto all'esercizio della professione e ammesso ricorso in via giurisdizionale nei modi e nei termini stabiliti dalle leggi speciali.

    E vediamo testualmente, per l'esercizio della Psicoterapia, gli art. 3 e 35 della Legge 56/89:

    Articolo 3. Esercizio dell'attività psicoterapeutica (3) (a)
    1. L'esercizio dell'attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti atal fine riconosciuti con le procedure di cui all'articolo 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica.

     
    2. Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione
    medica.


    3. Previo consenso del paziente, lo psicoterapeuta e il medico curante sono tenuti alla reciproca
    informazione.

    Articolo 35. Riconoscimento dell'attività psicoterapeutica (1/cost) (8)
    1. In deroga a quanto previsto dall'articolo 3, l'esercizio dell'attività psicoterapeutica è consentito a coloro i quali o iscritti all'ordine degli psicologi o medici iscritti all'ordine dei medici e degli odontoiatri, laureatisi entro l'ultima sessione di laurea, ordinaria o straordinaria, dell'anno accademico 1992-1993 (9) dichiarino, sotto la propria responsabilità, di aver acquisita una specifica formazione professionale in psicoterapia, documentandone il curriculum formativo con l'indicazione delle sedi, dei tempi e della durata, nonché il curriculum scientifico e professionale, documentando la preminenza e la continuità dell'esercizio della professione psicoterapeutica


    2. É compito degli ordini stabilire la validità di detta certificazione.


    3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 sono applicabili fino al centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge 14 gennaio 1999 n. 4 (10).

     

    Commento: sembra chiaro. La legge (art.3) dice cosa serve per esercitare da psicoterapeuta e poi (art.35) dice che occorre essere iscritti nel momento dell'accertamento dei requisiti da parte dell'Ordine, ma da nessuna parte dice che devi mantenere l'iscrizione dopo, per esercitare da Psicoterapeuta.

     

    Vediamo invece come la stessa legge, agli artt. 1 e 2, sia chiarissima per l'esercizio da Psicologo:

    Articolo 1. Definizione della professione di psicologo
    1. La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.

    Articolo 2. Requisiti per l'esercizio dell'attività di psicologo
    1. Per esercitare la professione di psicologo è necessario aver conseguito l'abilitazione in psicologia mediante l'esame di Stato ed essere iscritto nell'apposito albo professionale.


    2. L'esame di Stato è disciplinato con decreto del Presidente della Repubblica, da emanarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.


    3. Sono ammessi all'esame di Stato i laureati in psicologia che siano in possesso di adeguata documentazione attestante l'effettuazione di un tirocinio pratico secondo modalità stabilite con decreto del Ministro della pubblica istruzione, da emanarsi tassativamente entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge. (2)

     

    Direi che tutto, sul piano della logica, sembra evidente:

    1. l'Ordine degli Psicologi è degli Psicologi e non degli Psicoterapeuti

    2. gli Psicoterapeuti infatti, pur dovendo essere laureati in psicologia (o medicina), non per questo sono psicologi o esercitano da psicologi

    3. la Psicoterapia non è un'attività psicologica, perchè se lo fosse, allora i laureati in medicina non dovrebbero esercitarla

    4. la Psicoterapia non è un'attività medica, perchè se lo fosse, allora i laureati in psicologia non dovrebbero esercitarla

    5. lo Psicoterapeuta, di conseguenza, è una figura terza, ben distinta e indipendente sia dallo Psicologo che dal Medico

    6. lo Psicoanalista, non occupandosi necessariamente di terapia -l'Analista accompagna in analisi introspettiva di autoconoscenza le persone e la Psicoanalisi non ha come obiettivo la guarigione di malattie- non è equiparabile allo Psicoterapeuta

    7. di conseguenza l'Ordine degli Psicologi non può avere nessuna giurisdizione sugli Psicoterapeuti laureati in psicologia, nè l'Ordine dei Medici può averla sugli Psicoterapeuti laureati in medicina

    8. la Legge 56/89 dice, invece, chiaramente che per esercitare da Psicologo si deve essere iscritti all'Ordine

    9. la stessa legge dice che, se si è iscritti all'Ordine perchè si vuole fare gli Psicologi, allora gli psicologi iscritti, per esercitare da Psicoterapeuti, devono ottenere il consenso dall'Ordine degli Psicologi, dopo che quest'ultimo ha provveduto all'accertamento e al riconoscimento dei titoli

    10. la Legge 56/89, a differenza degli psicologi, però non dice che per esercitare soltanto da Psicoterapeuta, dopo essere stati riconosciuti, si deve mantenere l'iscrizione nell'apposito albo professionale, come esplicitamente invece dice per gli Psicologi e questo semplicemente perchè non può dirlo, in quanto per gli Psicoterapeuti non esiste nessun apposito albo professionale!

    Concludendo: appare evidentissimo che c'è una imbarazzante impossibilità di stabilire per legge e senza dubbio, se la professione di Psicoterapeuta sia una "professione intellettuale protetta" (con obbligo di iscrizione all'Ordine....quale Ordine?), oppure no. Consiglio allora che conviene considerare che, nella confusione, qualche magistrato potrebbe decidere per "proprio libero convincimento" (sic!) in caso di controversia, che la professione di Psicoterapeuta sia una “professione intellettuale protetta”, soggetta all'iscrizione in appositi albi o elenchi.

    In realtà il fatto che la legge preveda che l'accertamento dei requisiti per esercitare la professione di Psicoterapeuta e il compito di iscrizione nell'elenco, venga demandata all'Ordine degli Psicologi e a quello dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, non significa che sia obbligatorio anche l'iscrizione all'Ordine per esercitare. Ogni Psicoterapeuta, dunque, nel dubbio, avrà convenienza a riflettere su come regolarsi.

    Nessun dubbio di obbligo di iscrizione all'Ordine invece, dovrebbe sussistere, per gli Psicoanalisti e Analisti. Così è stato almeno l'andamento giurisprudenziale negli anni. Ma va sottolineata una decisione della Cassazione in controtendenza, emessa nel 2011 (n. 14408  del 11 aprile 2011). Ancora una volta, quindi, contraddizioni e incertezze sia di legge, che di giurisprudenza, non consentono nessuna certezza definitiva per ordinare nettamente la materia sulle professioni che ho voluto trattare in questo articolo.

    Articolo, ricerche e redazione a cura di:

    Analista Transazionale nel Counseling Sanitario, individuale, di coppia, di gruppo

  • specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale

  • qualificato in Psicoterapia applicata alla Medicina Psicosomatica

  • Laureato in Psicologia Clinica Applicata

  • qualificato in Consulenza Psicologica

  • Mindfulness Treatments Trainer


    Tel. 334 3860561 - Email. posta@sergioangileri.it

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    Riferimenti e approfondimenti:

  • Parere giuridico su temi normativi e legali di Psicologia e Psicoterapia (Prof. F. Galgano emerito giurista, professore di diritto e avvocato)

  • Giardina, presidente Ordine Psicologi, definisce lo psicologo e contrasta il Counseling

  • Ordinamento della professione di Psicoterapeuta (aut. Giorgio Pes)

  • La Legge 56/89: cosa davvero regolamenta? ( aut. Moreno Manghi)

  • Psicologia, Psicoterapia e Psicoanalisi (aut. Riccardo Mazzariol, Presidente Ateneo di Treviso, prof. di Diritto Civile, avvocato)

  • Gli antecedenti e retroscena della Legge 56/89 (G. Callegari)

  • Psicoterapia: la categoria inesistente (G.B. Contri)

  • Un esempio di degenerazione del Diritto: la "Legge Ossicini" (Moreno Manghi)

  • Psicoanalisi e Psicoterapia: una identità forzata (Antoine Fratini)

  • Libertà di Psicologia: Costituzione e incostituzionalità (G.B. Contri)

  • La Psicoanalisi e la Legge. Tavola rotonda

  • La Legge-4-14-gennaio-2013(la legge che disciplina la professione di Counselor)

  • La Legge 56_89 (agg_marz08 - la legge che disciplina la professione di Psicologo)

  • Carta di Ottawa

  • Carta dei diritti fondamentali alla Salute della Persona, sanciti dalla Carta di Ottawa e da OMS (Organizzazione Mondiale della Salute)

  • La Salute non è solo Medicina o Psicoterapia: Interpretazione Salutogenica della Carta di Ottawa

  • Medicina Antroposofica: Salute_e_salutogenesi

  • Salutogenesi: le responsabilità degli specialisti e del sistema

  • Il Counseling come strumento per la Promozione della Salute

     

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    STORIA ITALIANA DELLA PROFESSIONE PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA, PSICOANALISTA

     

    Sino alla prima metà degli anni '90 la Psicologia e la Psicoterapia erano discipline e professioni considerate "arti".

    Nel 1906 il Ministero della Pubblica Istruzione istituisce per la prima volta presso le Facoltà di Medicina di Roma , Napoli e Torino le prime cattedre di Psicologia. Nel 1943 esistevano nelle Università italiane solo due cattedre di Psicologia, una a Roma nella Facoltà di Medicina e l’altra a Milano nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica diretta da Padre Agostino Gemelli. Nel  1971 furono istituiti due corsi di laurea in Psicologia nelle facoltà di Magistero di Roma e Padova. Si dovrà aspettare il 1981 perché venga istituito un corso di laurea quinquennale in psicologia.

    Con questi corsi di laurea, veniva riconosciuto un ruolo, una professione, a soggetti ai quali lo Stato, tuttavia, non aveva dato il suo imprimatur, la sua idoneità. Mancava l’esame di stato. Si dovrà aspettare la legge 56 del 18 febbraio 1989 perché venga istituito l’Ordine degli Psicologi, ma solo il 13 gennaio 1992, a 21 anni dalla nascita del primo corso di laurea, viene emanato il decreto 328 che regolamenterà l’esame di stato per gli psicologi che si dovevano ancora laureare. E tutti gli altri sedicenti psicologi, quelli dei decenni precedenti, inclusi quelli non laureati o laureati in qualsiasi altra disciplina? Sanati. Ritenuti comunque abili dallo Stato. Abili, efficaci e professionisti in piena regola ed evidentemente lo erano sin da molto prima che fossero istituiti i corsi di laurea, per non parlare degli "Ordini degli Psicologi", che completamente non esistevano sino ai primi anni '90 e prima, sinceramente, molti di noi non ne aveva mai sentito la mancanza.
    Tornando al 1971, ci si può chiedere: coloro che esercitavano la psicologia, o ancor meglio la Psicoterapia e la Psicoanalisi che studi avevano fatto? - Ad esempio, se prendessimo tre dei fondatori della Psicologia italiana, da tutti conosciuti: Padre Gemelli, Servadio e Musatti, chi erano questi? Che percorso accademico avevano alle spalle? Il primo, Padre Gemelli era medico, si definiva Psicologo ma non Psicoanalista. Servadio si era laureato in legge a 22 anni con una tesi in medicina legale sull’ipnosi e Musatti invece era laureato in Filosofia ed è conosciuto per aver portato la Psicoanalisi in Italia. Tutti chiaramente non erano laureati in psicologia. La maggior parte di loro, pur provenendo da discipline diverse, si erano avvicinati ad un maestro “psicologo” e ne avevano imparato l’arte. Un po’come si faceva una volta con i mestieri.

    Chiaramente non avendo fino al 1971, lo Stato riconosciuto il titolo accademico di psicologo, tutti coloro che volevano o si sentivano psicologi lo potevano fare senza trasgredire nessuna legge. Tuttavia quando nel 1971 furono istituiti i primi corsi di laurea in psicologia, ovviamente i docenti, i professori e i maestri in quelle università, non potevano essere altri che quegli "psicologi" già esistenti e molti dei quali non potevano essere nemmeno laureati in psicologia. Infatti molti di quei docenti provenivano da altre discipline (medicina, biologia, fisica e chimica, filosofia, pedagogia ecc), oppure provenivano da sedi estere. Nonostante ciò, quando oltre 20 anni dopo furono istituiti gli ordini degli psicologi, se costoro non si fossero tesserati, sarebbero paradossalmente decaduti e non più riconosciuti nella loro perizia! In questo modo dagli anni '90 in poi, l'istituzione e la burocrazia, prese il posto della sostanza.

    C’era così tutto un sottobosco di psicologi e psicoanalisti che avevano alle spalle ogni qual si voglia preparazione. C’erano gli studiosi della materia prevalentemente sperimentatori, altri coscienziosi che avevano seguito qualche corso di psicologia alla facoltà di Pedagogia o Medicina, quelli che erano andati per motivi personali da qualcuno che si era definito psicologo, altri che avevano letto qualche libro di Freud e si erano auto illuminati. Non mancavano e non mancano ancora oggi , quelli che non avevano fatto niente e ne avevano colto la possibilità di un business.
    Gli psicoanalisti dal canto loro si difendevano. Si dice che Freud nell’intento di difendere la sua Società di Psicoanalisi, aveva distribuito agli allievi un anello. Era un simbolo di appartenenza ma dava anche la possibilità di riconoscersi e di differenziarsi dagli altri. - Lo Stato ancora oggi non riconosce la professione dello Psicoanalista, quindi qualsiasi persona si può autodefinire Psicoanalista e nessuno gli può contestare qualcosa. (nota: Psicoterapeuta e Psicoanalista non sono equivalenti).

    Fino al 1990, allora, si esercitava la professione di Psicologo o Psicoterapeuta, prestandosi in aiuto a chi lo richiedeva, ciascun professionista sulla base della propria formazione ed esperienza.  Psicologia e Psicoterapia non erano riconosciute sul piano istituzionale e non erano considerate attività sanitarie. La Medicina e la Psichiatria non riconoscevano nessun rigore o prova scientifica  al fatto che uno psicologo o psicoterapeuta avesse una qualsiasi metodologia o tecnica "scientifica" che potesse chiamarsi "terapia" a fronte delle "malattie psichiche". Molti sedicenti Psicologi e sedicenti Psicoterapeuti, non erano nemmeno laureati, oppure lo erano in lettere e filosofia, pedagogia, odontoiatria, giurisprudenza  e così via. Le facoltà universitarie di Psicologia, furono istituite negli anni '70 per la prima volta in Italia: una a Roma e l'altra a Padova. Gli Psicologi e Psicoterapeuti che si andavano formando in modo sparso, più che altro per loro iniziative, aprivano i loro studi professionali e si offrivano a chi ne avesse bisogno, rilasciando fatture con iva. Non esercitavano attività sanitaria e nessuno li riconosceva come sanitari. Tutto dipendeva dall'abilità individuale del singolo professionista.

    Negli anni '80 si delineano due figure fondamentalmente diverse nel mondo della Psicologia. Da una parte lo Psicologo formato all’Università con un percorso squisitamente accademico, testi da studiare, esami, tesi e poi il titolo accademico, dall’altra lo Psicoanalista che poteva essere un Medico, uno Psicologo ma anche un Ingegnere un Matematico un Fisico o un Filosofo come Musatti, che si era formato facendosi dopo anni di analisi personale e di lavoro di supervisione. Era chiaro a tutti che fra le due figure professionali c’era un profondo divario culturale e clinico. A rendere la situazione ancor più complicata c’era che non tutti nel mondo della psicologia riconoscevano una paternità psicoanalitica, anzi alcuni si opponevano culturalmente ad essa. Nel 2001 uno psicoanalista non laureato né iscritto ad alcun Ordine, imputato di esercizio abusivo della professione, venne assolto. (fonte: Dott. Renzo Zambello). Fioriscono decine e decine di scuole con indirizzi teorici e clinici diversi.

    Negli anni '90 lo Stato decide di mettere ordine, presentandosi nel mondo della psicologia. Nei primi anni '90, qualcuno pensò che quello che si era fatto per decenni e si faceva in questo campo, era "sanitario", cioè "guariva" malattie mentali e psicopatologie. Si scoprì che occorreva però moltiplicare le facoltà universitarie di psicologia, se si voleva sostenere la "presunta efficacia sanitaria della psicologia e della psicoterapia" e che, principalmente, occorreva istituire ordini professionali per poter mettersi alla pari con altre professioni, ad esempio Medicina e per potere dire che chi fino a quel momento era stato efficace con i suoi clienti ed assistiti, grazie alla propria intraprendenza, ai propri sforzi autonomi, anche economici, per studiare e formarsi, alle proprie abilità personali, da quel momento in poi per continuare ad essere efficace come lo era sempre stato, doveva essere "istituzionalizzato", altrimenti decadeva la sua efficacia e la sua affidabilità maturata negli anni precedenti, per decisione dall'alto, per "ordine istituzionale". In questo modo psicologi e psicoterapeuti divennero improvvisamente credibili, secondo criteri burocratici, politici e sociali, affidabili e principalmente sanitari, terapeutici, perchè "finalmente" si potevano istituzionalizzare. Abbastanza singolare che la psicoterapia, pur senza avere cambiato niente rispetto a prima, sia divenuta improvvisamente una efficace attività sanitaria, da quando si è istituzionalizzata!

    Da quel momento in poi, primi anni '90, tutti noi, psicologi e psicoterapeuti, "felici" di poter essere definiti bravi (anzichè occuparci di essere bravi), corremmo a "istituzionalizzarci", a iscriverci all'ordine degli psicologi, a tesserarci e cominciammo a scrivere da tutte le parti possibile: "Sono iscritto all'Ordine degli Psicologi al n......"- Come dire: "vedete tutti, essendo iscritto, ora c'è la testimonianza che sono efficace e affidabile!"- Mentre prima, i pionieri della psicologia e della psicoterapia dicevamo: "Sai, io non sono nè un medico, nè un terapeuta, nè un mago e non ho tecniche esatte per aiutarti. Si, sono laureato in psicologia e ho fatto corsi di qualificazione e analisi personale, ma ho solo me stesso: non ho tecniche, bisturi o pillole. Ho la parola, la mia intelligenza, la mia sensibilità, la mia anima e alcune centinaia di libri di psicologia che ho letto. Iniziamo e proviamo: se funzionerà, vuol dire che ambedue, insieme, siamo efficaci a produrre aiuto e soluzioni per te, altrimenti non avrà funzionato".

    In pratica, fino alla fine degli anni '80, quando ancora non eravamo "sanitari" e "istituzionalizzati", e non scimmiottavamo i medici, dicevamo l'onesta verità alle persone. E sapete una cosa? Non è mai cambiato niente: avere inventato ordini professionali, incalcolabili corsi di laurea e avendo invaso la psicologia con la politica, la burocrazia e le istituzioni, dagli anni '90 in poi, non ha mai fatto cambiare le cose così come sono state da sempre. Quello che è sempre accaduto e sempre accade fra psicologo/psicoterapeuta e il suo assistito (paziente?), è sempre quello che era dall'inizio: relazione, empatia, casualità, emozioni, proiezioni e introiezioni inspiegabili e tanto altro, che certamente può aiutare il cliente (ma sinceramente aiuta tanto anche lo psicologo!). Le istituzioni hanno fatto solo cambiare la scenografia dell'arte psicologica e della casualità della psicoterapia, non hanno fatto diventare in nessun modo questa "cosa" che si chiama Psicologia/Psicoterapia/Psicoanalisi, una "attività sanitaria", una "terapia". Quello che succede ogni volta, lo fanno accadere le persone in relazione, cioè lo psicologo e il suo cliente. Non sono certo i titoli, le università, gli ordini degli psicologi, la burocrazia e la politica, a farlo accadere.

    Nei primi anni '90 lo Stato inizia coniando un termine, o meglio riconoscendo solo la professione dello Psicoterapeuta cioè la Psicoterapia. Fino a quel momento qualsiasi operatore, formato o meno che decideva di fare lo Psicoterapeuta poteva teoricamente farlo. La maggior parte erano colleghi che non avevano mai fatto né il corso di laurea in Psicologia né quello in Medicina. Alla fine degli anni 80, grazie al prof. Ossicini in Parlamento, con la legge n° 56 del 18 febbraio 1989,   lo Stato decide che da quel momento in avanti per esercitare la Psicoterapia bisognava essere o Medici o Psicologi. Quindi solo questi due percorsi accademici avrebbero potuto aprire la strada alla Psicoterapia. Ma la legge stabilisce che non era sufficiente il titolo di Medico o Psicologo per esercitare automaticamente la Psicoterapia, ma bisognava aver frequentato una scuola riconosciuta dallo Stato per la durata minima di quattro anni.
    Si ponevano subito due problemi: cosa fare dei tanti che avevano fino alla soglia del 1990 esercitato la psicoterapia? E poi, chi avrebbe gestito le scuole di specializzazione in Psicoterapia? (nota: ci fu subito qualcuno che non si fece sfuggire quale enorme business si profilava allora con l'istituzione dell'apertura delle scuole di specializzazione).

    Cosa fare, alle soglie del 1990, dei tanti operatori che già da decenni esercitavano la psicoterapia? Si bandì una sanatoria. Tutti coloro che avevano già aperto una partita IVA o che erano dipendenti da un Ente Pubblico e dimostravano di operare come Psicoterapeuti, potevano far domanda se erano medici, all’ordine dei medici, altrimenti ai giovani ordini degli psicologi appena istituiti da qualche giorno e chiedere di essere ammessi all’elenco degli psicoterapeuti. C’era poi il problema di chi poteva o non poteva gestire queste scuole di formazione. Alcune rimasero legate all’Università, altre, la maggior parte sono a gestione privata.

    Società, gruppi di terapeuti e altri, tutti promuovevano una scuola per futuri psicoterapeuti. Avevano però bisogno del riconoscimento. Lo Stato istituti un organo, il Murst oggi Miur che avrebbe riconosciuto e ne sarebbe stato il garante. Da quel momento la burocrazia, il potere, la politica e gli interessi economici, irruppero nel mondo della Psicologia così pura come era stata fino a quel momento.

    Le società di psicoanalisi inizialmente resistettero, fecero le “nobili”, non si volevano omologare alle altre scuole . La parola d’ordine era: “noi siamo Psicoanalisti, che centriamo con loro”. Ben presto però anche loro saranno costretti a fare i conti con la realtà: gli Ordini degli psicologi cominciarono a sentire il gusto del potere e imperativamente dissero alle società di psicoanalisi che per esercitare la professione di psicoanalista, bisognava acquisire il titolo di Psicoterapeuta (il quale titolo non era tanto riferito alla formazione acquisita con il proprio analista senior, ma al fatto di essere iscritto all'Ordine degli Psicologi: in sostanza cominciò a valere meno l'effettiva esperienza e formazione del singolo, formazione ed esperienza che magari era stata acquisita per decenni fino ad allora e cominciò a valere molto di più la burocrazia e la definizione di Psicoterapeuta per mezzo del tesseramento all'ordine degli psicologi, per norma e legge, anzichè per effettiva qualità e formazione personale). Le società di psicoanalisi, forse comprendendo il potere politico e burocratico che stavano acquisendo giorno per giorno gli Ordini degli Psicologi, decidono cosi di adeguarsi facendosi riconoscere come scuole di Psicoterapia e quindi idonee a rilasciare il titolo. Il risultato è che nelle società psicoanalitiche il titolo di psicoterapeuta lo si acquisisce mediamente una decina di anni dopo che ti sei accostato per la prima volta alla società e una volta avuto il titolo di psicoterapeuta hai ancora quattro cinque anni prima di finire la formazione  come Psicoanalista.

    Per la verità all’interno delle società psicoanalitiche la questione del titolo di psicoterapeuta è stata digerita un po’ male. Si sono create fortissime tensioni che in alcuni casi ha portato anche a rotture, abbandoni e cancellazioni dalle società e dagli ordini. Basti pensare che all’ A.I.P.A (Associazione Italiana di Psicoanalisi Analitica) una delle due grandi società junghiane in Italia, il Dott Rusconi lasciava nel 2004 la Società che lui stesso aveva fondato  all’inizio degli anni 60 con una lettera indirizzata al allora presidente Carta,  dove diceva chiaramente che lui ormai non si riconosceva neppure parzialmente nella Società che aveva fondato. Il tema del contendere era la scuola di Psicoterapia. Seguirono numerosissime defezioni, molti didatti se ne andarono, risultato da più di tre anni la sezione dell’ A.I.P.A. a Milano ha solo tre didatti. Praticamente non esiste più.

    Qualcuno continua a fare il nobile, ad esempio a Torino c’è l’A.R.P.A. Il fondatore è il Dott. Augusto Romano. Loro non hanno la scuola di psicoterapia, col risultato che se uno vuole far parte della loro Società, o ha già il titolo o va a cercare una scuola che glielo fornisca e poi fa domanda di entrare in società. Seguirà un percorso che durerà mediamente otto, dieci anni ancora prima di diventare Psicoanalista. -

    Dott. Sergio Angileri 

    Suggerisco i seguenti video/audio:

    Intervista rilasciata dal Dott. Renzo Zambello: http://youtu.be/Hb_wpJE_f6E

    "Counseling e Psicoterapia": https://www.youtube.com/watch?v=Kcsx68uwDnw

    "Cosa è e cosa fa il Counseling": https://www.youtube.com/watch?v=i5Q_4b6Atwo

    Suggerisco inoltre le seguenti letture di approfondimento:

    Analisi Socio-Cognitiva studi e ricerche.pdf

    GALGANO_leggi e giurisprudenza Psicologi, Psicoterapeuti, Psicoanalisti.pdf

    Psicoterapia e Psicoanalisi_Mazzariol.pdf

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    Laureato in Psicologia Clinica Applicata; Specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale; Qualificato in Psicoterapia applicata alla Medicina Psicosomatica; Qualificato in metodologia e tecnica AT e Mindfulness nel Counseling Professionale; Possiede diverse esperienze di perfezionamento in Psicologia Cognitiva, Ipnosi, Sessuologia;  Possiede trenta anni di esperienza clinica nella diagnosi e nella cura in psicopatologia e nei diversi disturbi di Ansia, Depressione, Disturbi di Personalità, Disturbi Sessuali Psicogeni e disturbi nella Psicologia della Coppia; Professionista di cui alla Legge n.4 del 14/01/2013, pubblicata nella GU n.22 del 26/01/2013; Già iscritto all'Ordine degli Psicologi Regione Sicilia al n° 480; Qualificato Counselor Professionista FAIP, iscrizione Registro Nazionale Counselor Professionisti al n° 1546.

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    Esercizio professionale ai sensi della Legge n. 4 del 14 gennaio 2013, pubblicata nella G.U. n. 22 del 26/01/2013

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