Dott. Sergio Angileri


 

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    QUANDO IL DISAGIO PSICOLOGICO NON E' MALATTIA

    Dott. Sergio Angileri

    §

    SALUTE E MALATTIA

    - gli "stati strutturali" e gli "stati disfunzionali" -

    - Vedi qui chi siamo e il nostro metodo di intervento -

     

    Durante il nostro percorso di vita, dalla nascita fino al decesso, tutti noi incontriamo una moltitudine di situazioni ed eventi, rispetto ai quali soffriamo per il dolore intrinseco alla natura di quegli eventi, oppure gioiamo per la bellezza o la dolcezza intrinseca alla natura di altri eventi.

    Sia che stiamo soffrendo o gioendo, la sofferenza e la gioia si manifestano per mezzo di segnali emotivi, fisici e comportamentali, che chiamiamo "sintomi". Per cui esistono emozioni, sensazione corporee, atteggiamenti e comportamenti tipici della sofferenza e/o della gioia.

    I sintomi della sofferenza e della gioia sono eventi esistenziali e non sono sintomi di malattia.

    Questi sintomi di sofferenza o gioia esistenziale, tuttavia, divengono sintomi di psicopatologia quando superando per intensità, durata e persistenza, delle soglie e dei limiti tali da compromettere significativamente la qualità della vita soggettiva e della vita di relazione con gli altri. Superando tali limiti i sintomi della sofferenza esistenziale diventano sintomi che, ad esempio, passano dalla tristezza alla depressione, dallo sconforto alla disperazione, dalla paura all'ansia o angoscia e così via. Così i sintomi della gioia esistenziale, superando quei limiti, diventano sintomi che, ad esempio, passano dalla gioia all'euforia fino all'esaltazione ipomaniacale.

    Quei sintomi, infine, possono essere indice di vera malattia mentale e psichiatrica, quando la loro causa risiede in una conclamata malattia neurologica o psichiatrica.

    Chiamiamo "stati di sofferenza disfunzionale" quelli che corrispondono ai sintomi esistenziali persistenti, ma che non hanno superato la soglia e i limiti della psicopatologia.

    Chiamiamo "stati di sofferenza strutturale" quelli che corrispondono ai sintomi esistenziali che derivano dal superamento di quella soglia e di quei limiti.

    A sua volta la "sofferenza strutturale" è di carattere medico neuro-psichiatrico, quando la causa risiede nella malattia medica neuro-psichiatrica (malattia mentale).

     

    §. STATI DISFUNZIONALI e STATI STRUTTURALI

    Sono "stati disfunzionali" tutte quelle condizioni nelle quali ciascuno di noi sta soffrendo (sintomi), pur tuttavia in assenza di una oggettiva malattia, lesione o danno strutturale nel proprio corpo e in alcuni dei suoi organi, incluso il cervello e il sistema nervoso.

    La "sofferenza disfunzionale" si manifesta per mezzo di segnali sensibili o visibili (i sintomi), esattamente come per mezzo dei sintomi si manifesta anche la "sofferenza strutturale" (cioè quella che è provocata dalla malattia, lesione o danno nel proprio corpo, incluso il cervello e il sistema nervoso).

    La diagnosi differenziale, allora, fra "stati disfunzionali" (senza malattia) e "stati strutturali" (con malattia), non può essere fatta semplicemente considerando i sintomi, ma considerando una serie di altre variabili che deve saper valutare lo specialista (psicologo; counselor; psicoterapeuta; psichiatra; neurologo; medico) caso per caso e ciascun professionista sulla base delle proprie competenze. Lo Psicologo e il Counselor sapranno valutare le variabili esistenziali e situazionali. Lo Psichiatra, il Neurologo e il Medico, sapranno valutare le variabili proprie della patologia organica. Lo Psicoterapeuta saprà valutare l'aspetto fenomenologico della possibile psicopatologia, così come lo Psicologo Clinico, ed essi, perfezionando la psicodiagnosi anche per mezzo di strumenti come i tests psicologici, insieme consegneranno i dati psicodiagnostici allo Psichiatra, affinchè questi utilizzandoli insieme agli altri dati semiologici, anamnestici e prognostici, possa emettere la decisione diagnostica-clinica, di sua esclusiva competenza, e possa stabilire la terapia (inclusa eventuale psicoterapia), se confermata la presenza di psicopatologia strutturale.

    La "sofferenza strutturale" sentita in presenza di malattia, è provocata oggettivamente dalla malattia stessa, la cui diagnosi [diagnosi clinica], è di esclusiva pertinenza medica/psichiatrica. Lo Psichiatra e il Neurologo, sono gli unici specialisti competenti per includere o escludere la "malattia strutturale", organica.

    La "sofferenza disfunzionale" sentita in assenza di malattia spesso con sintomi molto simili e a volte equivalenti ai sintomi che si sentono quando c'è psicopatologia [vedi ad esempio i tanti sintomi neurovegetativi e/o psicosomatici che si manifestano transitoriamente in tante situazioni di sofferenza della vita], è provocata dai soggettivi e individuali livelli di capacità di gestione della dolorosità intrinseca a svariate situazioni di vita che frequentemente incontriamo. Essa è la "sofferenza" stessa del vivere, a fronte dell'ineluttabile "dolorosità" intrinseca in una moltitudine di vicende ed eventi che si intrecciano nella trama dell'esperienza esistenziale di ciascuno: la chiamiamo "dolorosità esistenziale". Alcune persone sono in grado di saper gestire la dolorosità esistenziale in un modo tale da mantenere la sofferenza a livello di accettazione della normalità della sofferenza stessa: in questo modo ne diminuiscono l'intensità e la durata. Altri sono meno in grado di relazionarsi con la normalità della sofferenza della vita e di accettarla e, di conseguenza, non riescono a non provocarsi, anche se involontariamente, risposte disfunzionali di sofferenza. Le caratteristiche della "sofferenza disfunzionale" sono la sua intensità e la sua durata o rievocazione, nel tempo. La qualità personale di gestione della dolorosità del vivere e della correlata sofferenza, si chiama "resilienza". Le persone con bassi livelli di resilienza, spesso necessitano di interventi professionali di aiuto, come l'analisi, la psicoterapia, il counseling, per farsi aiutare ad ottenere più elevati e stabili gradi di resilienza e con questo, di conseguenza, poter evitare che la naturale sofferenza superi il limite e cominci a dare sintomi e disturbi disfunzionali.

    Le categorie, nell'esperienza di vita umana, più comuni, portatrici di "dolorosità", sono le seguenti:

    1. Idealizzazione/Sogno/Aspettativa/Illusione/Delusione;

    2. Perdita;

    3. Abbandono;

    4. Separazione;

    5. Cambiamento; Mutamento"; Trasformazione";

    6. Estinzione"; Fine;

    7. Decessi;

    8. Distruzione di quanto c'era e necessità di Ricostruzione;

    9. Attacco; Violenza; Abuso; Prepotenza;

    10. Ingiustizia;

    11. Povertà estrema; Indigenza;

    12. Umiliazione e sottomissione al Potere;

    13. Minaccia alla Vita. -

     Tutte queste categorie poggiano su un denominatore comune, che è la Morte Simbolica propria della Relatività e Impermanenza intrinseca nell'esperienza stessa del vivere e di ogni cosa, che muta, cambia, cresce, si estingue, finisce e rinasce. L'acquisizione della tolleranza della "Morte Simbolica" è una funzione da acquisire e accrescere.

     Le risposte di gestione degli eventi di "dolorosità" è una funzione soggettiva molto diversificata nelle persone ed è, come già detto, funzione della Resilienza individuale. Più basso è il livello di "resilienza" soggettiva, più elevato è il livello di "sofferenza" di fronte alla "dolorosità" e più prolungato è il tempo di resistenza della sofferenza e di tutti i disagi e disturbi ad essa correlati. La sofferenza non è una malattia, ma è una manifestazione disfunzionale, che oscilla da minimi normali a massimi eccezionali.

    La sofferenza e i disturbi correlati, non sono sintomi psicologici, ma esistenziali. La sofferenza senza malattia organica non è strutturale e non richiede interventi psicologici sanitari, ma percorsi di Counseling Analitico e tecniche e metodi, quali quelli propri della Mindfulness, che aiutano nella riformulazione della gestione del "dolore esistenziale", cioè quello intrinseco alla "normalità" dolorosa della vita. Anche la Psicologia, se applicata senza presunte "modalità sanitarie" (?), aiuta, come il Counseling, nella riformulazione della gestione del "dolore esistenziale".

    Quando, invece, la sofferenza è strutturale, dipendendo da malattia (malattia mentale e psicopatologia), in quanto malattia richiede terapia (psicoterapia, psicofarmaci, terapie mediche, ecc). - In questi casi sono richiesti interventi sanitari, e gli interventi sanitari sono medici/psichiatrici, e alcune volte, se lo Psichiatra lo ritiene necessario, può essere utile anche la Psicoterapia, la quale è da considerarsi un intervento "sanitario", soltanto quando si svolge in seno al protocollo terapeutico stabilito dallo Psichiatra e in stretta cooperazione con lo Psichiatra stesso. - Nei casi in cui lo Psicoterapeuta o lo Psicoanalista operano in autonomia - cioè senza coordinazione con il medico psichiatra - ciò significa che ci si sta prendendo in cura la Persona, ma non si sta curando nessuna malattia, perchè la cura della malattia, quando c'è, è di esclusiva competenza medica. In ogni caso la Psicoterapia o la Psicoanalisi non curano mai la malattia, ma sempre si prendono cura della Persona, sia quando c'è malattia e sia quando la malattia è assente.

    Quando la sofferenza è funzionale, non dipendendo da malattia, invece non richiede terapia, ma trattamenti che non sono sanitari. Questi trattamenti sono molto efficaci e risolutivi, rendendo alla persona la capacità e la possibilità di gestire diversamente la dolorosità delle situazioni e diminuendo di molto, o cessando, lo stato di sofferenza disfunzionale. Gli interventi "non sanitari", sono quelli propri del Counseling, della Psicologia di base e della Psicoterapia o Psicoanalisi applicate in questi casi in autonomia, cioè senza necessità di coordinazione con il medico psichiatra.

    Di conseguenza la "salute umana" e la "non-salute", sono condizioni che oltrepassano il riduttivo concetto di "salute del corpo" o "malattia del corpo" in senso strettamente medico o sanitario.

     

     La salute

    Il concetto di salute formulato nel 1948 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è ancora oggi alla base della definizione ufficiale del termine "salute". La definizione formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è da più di 50 anni la seguente: "La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità".

    Questa definizione ha portato in primo piano i fattori culturali e psichici  e l’ambiente sociale e politico. Nel corso degli anni il mondo scientifico ha avuto modo di ri-elaborare ed approfondire questo concetto.

    Nel 1966 A. Seppilli, introduceva alcuni elementi che offrivano una chiave di lettura innovativa del concetto di salute: “La salute è una condizione di armonico equilibrio, fisico e psichico, dell’individuo, dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale”. Le parole “armonico equilibrio” all’interno della definizione da una dimensione dinamica alla salute. L’equilibrio diventa una costante giuocata tra interno, la capacità di controllo, ed esterno, la situazione favorevole o sfavorevole dell’ambiente reale o percepita.

    Antonovski, nel 1979, nel definire il suo modello di salute, sostiene che la salute si presenta come un continuum, una proprietà del sistema vivente, che non è perfetto ed è soggetto a processi antropici e a inevitabile morte. Tutto individuabile nel continuum.

    L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), prende spunto da questi ed altri modelli, articolando ulteriormente il concetto che, contenuta in un documento del 1984 sulla promozione della salute redatto in vista della preparazione della Carta di Ottawa, recita come segue: "(...) questa prospettiva nasce da una concezione di "salute" intesa come campo di applicazione delle capacità individuali o di gruppo, intese a modificare o a convivere con l’ambiente. La salute è quindi vista come una risorsa della nostra vita quotidiana, e non come lo scopo della nostra esistenza; si tratta di un concetto positivo che pone l’accento sia sulle risorse personali e sociali che sulle capacità fisiche".

     

    La promozione della salute

    L’OMS a partire dal 1978 con la dichiarazione di Alma Ata dà il via ad una diversa e nuova prospettiva di sanità pubblica richiamando l’attenzione sull’importanza della prevenzione nell’ambito delle politiche sanitarie nazionali e internazionali, così come all’interno dei sistemi sanitari nazionali. Successivamente nel 1984 sono stati gettati le basi concettuali della promozione della salute e la definizione: “La promozione della salute è il processo che permette alle persone di aumentare il controllo su di sé e migliorare la propria salute”. Nella Conferenza dell’OMS che si tenne ad Ottawa in Canada il 21 Novembre 1986 fu adottata una carta sulla promozione della salute. Nel documento finale, “La Carta di Ottawa” ci fornisce una definizione più elaborato di promozione della salute: "La promozione della salute è il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior controllo sul loro livello di salute e migliorarlo. Questo modo di procedere deriva da un concetto che definisce la salute come la misura in cui un gruppo o un individuo possono, da un lato, realizzare le proprie ambizioni e soddisfare i propri bisogni e dall’altro, evolversi con l’ambiente o adattarsi a questo. La salute è dunque percepita come risorsa della vita quotidiana e non come il fine della vita: è un concetto positivo che mette in valore le risorse sociali e individuali, come le capacità fisiche. Così, la promozione della salute non è legata soltanto al settore sanitario: supera gli stili di vita per mirare al benessere".

    Viene suggerita una strategia articolata su cinque azioni:

    ·          Costruire una politica per la salute

    ·          Promuovere idee, dare mezzi (per attuarle), mediare (fra interessi conflittuali con quelli della salute)

    ·          Rinforzare l’azione comunitaria (partecipazione), sviluppo della capacità individuali

    ·          Creare un ambiente favorevole

    ·          Riorientare i servizi sanitari

    Nel Glossario elaborato nel 1988 e pubblicato nel 1998, l’OMS definisce la promozione della salute come “il processo che conferisce alle persone la capacità di aumentare e migliorare il controllo sulla propria salute”; e specifica che rappresenta un processo globale, sociale e politico,, non comprende solo le azioni dirette a rinforzare le capacità degli individui, ma primariamente volta alle azioni che sono dirette a cambiare le condizioni sociali, economiche, ambientali, in modo tale che si riduca l’impatto sulla salute, pubblica e individuale, di tutto quanto è sfavorevole alla salute, e si incentivi quanto la incrementa.

    Sin dal 1986, con la Carta di Ottawa, la Conferenza Internazionale di Promozione della Salute sostiene e diffonde un nuovo modello che sostituisce all’assistenza sanitaria clinicizzata un concetto di salute più armonico, in cui il benessere spirituale è un elemento fondamentale.

    Ottawa, Adelaide, Sundsvall, Tokio, Jakarta, Bangkok, Ginevra. Sono state queste le tappe più importanti della Conferenza Internazionale di Promozione della Salute, evento annuale dell’Unione Internazionale per la Promozione e l’Educazione alla Salute (IUHPE), inaugurata nel 1986 e giunta nel 2013 alla ventunesima edizione.

    Organizzazione indipendente che opera da più di cinquant’anni, la IUHPE è un’associazione professionale di individui e organizzazioni che affronta il tema della salute con un approccio decisamente interessante, definito “socio-ecologico” e fondato non sul modello sanitario assistenziale attuato dalla maggior parte dei Governi mondiali, ma su una proposta che collega la salute fisica delle persone al benessere dello spirito, della comunità e dell’ambiente.

    Pace, accesso alle risorse alimentari, equità, eco-sostenibilità e giustizia sociale sono i fattori che l’Unione si propone di tutelare attraverso lo stimolo e la sensibilizzazione del mondo istituzionale, pubblico e privato.

    La “voce” della IUHPE sono le Conferenze Internazionali, che si tengono con cadenza quasi annuale. Ad aprire la serie è stata, nel novembre 1986, l’edizione di Ottawa, dalla quale è scaturita la Carta di Ottawa, un documento che ancora oggi offre spunti di fondamentale importanza. Uno dei concetti chiave della Carta è l’olismo, che viene declinato in senso non solo filosofico – la salute non è solo una condizione fisica e non si raggiunge esclusivamente attraverso prestazioni mediche –, ma anche operativo, prevedendo cioè l’intervento coordinato e armonico di una pluralità di soggetti, dagli enti pubblici alle famiglie, dai mezzi di comunicazione alle organizzazioni della società civile.

    L’accento viene posto anche sulla necessità di mettere le comunità nelle condizioni di plasmare il proprio destino, di implementare un meccanismo di “auto-aiuto” che possa funzionare da supporto reciproco fra i membri della comunità stessa. Allo stesso tempo, è importante anche provvedere alla formazione individuale, facendo sì che le persone siano in grado di assicurare a loro stesse quei prerequisiti fondamentali per la loro salute e il loro benessere. In questo senso, un altro concetto chiave è quello di condivisione, delle conoscenze così come delle responsabilità.

    La Carta di Ottawa si conclude con cinque “promesse” da parte degli aderenti, che testimoniano la loro volontà di impegnarsi fattivamente per promuovere questo nuovo approccio alla salute e al benessere e, al tempo stesso, contrastare le storture che caratterizzano la sanità assistenziale. Invitando l’Organizzazione Mondiale della Sanità a fare lo stesso, viene infine formulato un ottimistico auspicio che nel giro di 14 anni, nel 2000, questo modello possa affermarsi su scala planetaria.

    Purtroppo sappiamo bene che questo non è avvenuto e ancora oggi il business dei prodotti farmaceutici e politiche sanitarie volte a erogare delle mere prestazioni mediche piuttosto che ad aiutare realmente chi ha difficoltà fisiche – ma anche psicologiche o spirituali – rappresentano la prassi dominante. Di questa situazione prende atto la Carta di Bangkok, stilata nel 2005. “Iniquità all’interno delle nazioni e tra di loro, nuovi modelli di consumo e di comunicazione, commercio, degrado ambientale e urbanizzazione” sono i fattori negativi per la salute che la sesta Conferenza ha individuato e segnato in calendario come problemi da risolvere.

    La nuova Carta prende atto del fatto che il mondo in cui viviamo è ormai regolato da logiche globali e propone di sfruttare tali logiche in maniera positiva, diffondendo competenze, creando associazioni e reti e sostenendo la causa della salute facendo leva su valori universalmente riconosciuti come la solidarietà e la tutela dei diritti umani. L’invito rivolto alla sfera istituzionale è perentorio: la promozione della salute deve essere un punto centrale dell’agenda dello sviluppo mondiale e una responsabilità prioritaria di tutti i Governi. Al tempo stesso, comunità, società civile e settore privato non devono sentirsi sollevati dai loro compiti, poiché il ruolo che ricoprono rimane comunque fondamentale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha il dovere, secondo i redattori della Carta di Bangkok, di colmare il dislivello che si è creato fra i buoni propositi espressi nel 1986 a Ottawa e l’attuazione pratica in termini di leggi e programmi politici.

    Cosa ci aspetta per il prossimo futuro? Dal 25 al 29 agosto si terrà nella città thailandese di Pattaya la ventunesima edizione della Conferenza della IUHPE, che per l’occasione sarà affiancata nell’organizzazione dalla Thai Health Promotion Foundation, istituto indipendente finanziato attraverso la sovrattassa nazionale del 2% su tabacco e alcool. Il titolo dell’evento è “I migliori investimenti per la salute” e si articola in vari sotto temi come lo sviluppo sostenibile, il rafforzamento delle comunità, la partecipazione ai processi decisionali, l’innovazione nei finanziamenti, i sistemi di promozione e la salute come elemento da tenere in considerazione anche nelle politiche che riguardano altri ambiti.

    Oggi il dibattito sembra essersi spostato su un piano più politico e operativo e l’obiettivo prioritario è diventato quello di eliminare le gravi disparità di accesso ai requisiti minimi per salute e il benessere a livello sia internazionale – fra i diversi paesi – che intranazionale – fra le diverse categorie sociali all’interno degli stessi paesi. È positivo che le necessità d’intervento vengano interpretate in una chiave sempre più operativa, ma è altrettanto importante che i tre pilastri di Ottawa – assistenza, olismo ed ecologia – rimangano dei punti fermi sui quali non sia possibile transigere. (vedi articolo originale)

    Per approfondire le informazioni su esposte, seguono i seguenti links:

    A cura di:

    Analista Transazionale nel Counseling Sanitario, individuale, di coppia, di gruppo

  • specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale

  • qualificato in Psicoterapia applicata alla Medicina Psicosomatica

  • Laureato in Psicologia Clinica Applicata

  • qualificato in Consulenza Psicologica

  • Mindfulness Treatments Trainer


    Tel. 334 3860561 - Email. posta@sergioangileri.it

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    SOFFERENZA, DISTURBI, DISAGI, MALATTIA, TRATTAMENTI E TERAPIA

     

    Vediamo adesso ulteriori approfondimenti su questo tema.

    Il disagio, la sofferenza, il disturbo, nella dimensione psicologica della persona, assume diverse forme, che comunque in genere riguardano alterazioni emozionali (paura, ansietà, timidezza, sfiducia, tristezza, colpa, demotivazione, euforia, eccitazione, rabbia, collera, gelosia, invidia, odio, aggressività ecc.).

    Riguardano anche alterazioni di pensiero (dubbio, confusione, incertezza, rimuginazione, difficoltà a decidere e scegliere, pensieri ricorrenti, pensieri previsionali, pensieri nostalgici, ecc.).

    Riguardano alterazioni umorali (tristezza persistente, scoraggiamento, pessimismo, demotivazione, disinteresse, calo del desiderio, del piacere, della curiosità ecc.)

    Riguardano anche alterazioni del comportamento (comportamenti ripetitivi, comportamenti inadeguati o inopportuni, ecc.).

    Riguardano anche alterazioni funzionali somatiche (tachicardia, capogiri, acufeni, vertigini, debolezza, tensione nei muscoli, calore, freddo, disturbi digestivi, disfunzioni sessuali, ecc.) correlate alle alterazioni emozionali e di pensiero.

    Molte volte questi stati misti di disagio|sofferenza|disturbo, tuttavia, non sono diagnosticabili come quadri psicopatologici, ma come quadri di risposte di crisi situazionale| esistenziale. Chi ha il compito di diagnosticare e valutare se la condizione della persona è patologica oppure non lo è, sono gli specialisti qualificati alle "relazioni professionali di aiuto alla persona", facendolo, ciascuno, con i mezzi coerenti con la propria formazione, specializzazione e qualifica (psicologo; counselor; psicoterapeuta; psichiatra; neurologo). Più la sofferenza è di derivazione strutturale e più essa è patologica. (vedi qui)

    Quando il disagio|sofferenza|disturbo della persona è a forte e prevalente derivazione strutturale (psicopatologia), il trattamento deve essere clinico (psicoterapia; psicologia medica; psicologia clinica; psichiatria).

    Quando invece risulta non essere psicopatologica, la sofferenza|disagio|disturbo della persona può essere trattata con metodologie non cliniche e brevi (counseling, trattamenti brevi, metodologie esperenziali focali e circoscritte, tecniche mirate).

     

    Vediamo alcune riflessioni ed esempi.

    ANSIETA'

    Quante volte accade di sentirci in un indefinibile stato di disagio interiore, inquietudine, una sorta di agitazione o pre-allarme non meglio definibile. Oppure di sentire una certa timorosità, timidezza, sapendo che dovremo incontrare una persona nuova. Oppure sentire la gola secca, la voce venir meno, interrogati ad un esame. Molte volte. E' una malattia o patologia ansiosa? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    TRISTEZZA

    Quante volte accade di sentirci giù di corda, svogliati, astenici, demotivati. Quella sorta di melanconia non meglio definibile. Anche quel senso di magone, di nodo in gola, voglia anche di piangere, di accucciarci sotto le coperte e mandare al diavolo i nostri compiti, obiettivi, doveri, fatiche e altro ancora. Anche di sentirci tristi senza sapere esattamente perchè. Anche di stare in compagnia e tuttavia non avere tutta quella voglia di ridere a tutti i costi, o di parlare o di stare al passo con gli altri. Molte volte. E' una malattia o patologia depressiva? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    DISAGIO

    Quante volte accade di accorgerci che in quella data situazione, luogo, circostanza, non ci stiamo bene e preferiamo evitarla. Oppure proprio non vogliamo avere a che fare con certi tipi di animali, cibi, suoni, sapori, odori o certi contatti epidermici con certe cose o altre. Oppure non sopportiamo davvero stare in mezzo alla folla, alla confusione, al vociare. Oppure ci accorgiamo di stare bene in montagna quando magari molti altri stanno bene al mare, o viceversa e sforzandoci di andarci, pur di non perdere la compagnia, ci accorgiamo di sentire disagio interiore e bisogno di andarcene ed evitare quella situazione. Molte volte. E' una malattia o patologia fobica? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    PANICO

    Quante volte accade di sentire improvvisamente un forte capogiro, un senso di vertigine, un momento di mancanza d'aria e un aumento della frequenza cardiaca. Oppure di assentarci per qualche secondo dalla compagnia e dalla situazione in cui siamo e poi tornando con l'attenzione alla situazione, abbiamo come il senso di avere perso il senso di realtà, oppure di sentirci come se non fossimo in quel luogo, pur sapendo di esserci. Alcune volte. E' una malattia psichica? Ho avuto un "attacco di panico"? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    RIMUGINAZIONE E CONTROLLO

    Quante volte ci accorgiamo di pensare e ripensare qualcosa, magari accorgendoci che stiamo esagerando a rimuginare. Oppure che sentiamo il bisogno di tornare a controllare se abbiamo chiuso la portiera dell'auto, pur sapendo che l'abbiamo fatto. Oppure che sentiamo il bisogno di lavarci di nuovo e con attenzione le mani, dopo avere toccato quello o altro. Oppure ci accorgiamo di ripetere quel dato comportamento, esattamente uguale a prima, nel riporre le nostre cose personali. A volte o molte volte. E' una malattia o patologia ossessiva compulsiva? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    SESSUALITA'

    Quante volte è accaduto di lasciarci coinvolgere in una situazione di intimità, dove un bacio e una carezza vanno oltre, dove siamo poi nel letto con lei/lui e solo allora ci accorgiamo di non essere davvero coinvolti. Oppure di sentire il desiderio di andare oltre, ma qualcosa nel corpo ci dice di no. Oppure di accorgerci quando ormai siamo andati troppo avanti, che in fondo in fondo non ne avevamo davvero voglia, oppure che quella lei/lui infine non ci piaceva come sembrava prima. Oppure, se siamo sposati o comunque da un pò di tempo con l'altra persona, ci accorgiamo che il desiderio e l'eccitazione sono lenti a venire o non vengono affatto. E quante altre volte, nonostante tutto, se siamo femmine, l'orgasmo non arriva mai. O se siamo maschi, arriva troppo presto o mai. E' una malattia o patologia sessuale? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.

    COPPIA

    Quante volte con la nostra lei o il nostro lui, parliamo, parliamo, parliamo....e ci sembra di essere soli. O ci sembra che stiamo parlando due lingue diverse. Quante volte all'improvviso, nella coppia, ci sembra di stare con un'altra persona rispetto a prima e non sappiamo cosa dire, come dirlo. Quante volte ci è sembrato che le nostre aspettative sono state tradite. Quante volte non riusciamo a capire assolutamente come sia stato possibile che lei o lui abbia potuto tradirci con un'altra persona. E...tanto altro ancora. E' una coppia ammalata? Oppure uno dei due è malato? Dobbiamo andare dal "dottore" perchè ci guarisca? Lo vedremo fra un pò.  

    Gli esempi di sopra sono soltanto esempi, appunto. E non possono certo ricoprire tutte le numerosissime situazioni e stati, nei quali ogni persona può ritrovarsi a sentirsi male, in disagio, turbato, confuso, con correlati di disturbi fisici di vario tipo, derivanti dallo stress, dal turbamento dell'umore e/o delle emozioni e sentimenti.

    Facilmente ci diciamo o diciamo: "sono in ansia" - "sono depresso" - ho gli attacchi di panico" - "non posso questo o quell'altro: ho letto in internet che sono fobico" - "mi confondo in mezzo alla confusione e alla baldoria: ho letto in internet che ho l'agorafobia" - "non faccio altro che pensare e ripensare quella cosa: ho letto in internet che ho il DOC (disturbo ossessivo/compulsivo") - "ho l'anorgasmia" - "ho il disturbo erettivo" - "ho l'eiaculazione precoce" - "siamo una coppia ammalata" - e tanto altro.

    Tutti questi stati di disagio, di disturbo della nostra mente, sono malattie? Necessitano di psicoterapia? Necessitano di psicofarmaci? Necessitano di cure mediche?

    In alcuni casi, certamente si. In tanti altri, no.

    Oggi si tende a trattare come patologia qualsiasi cosa che non corrisponda con uno standard di perfezione ideale. Oppure facciamo esattamente l'opposto: sottovalutiamo, neghiamo, minimizziamo il disagio/disturbo che sentiamo, spesso perchè ce ne vergogniamo già da soli con noi stessi.

    In tutti e due i casi, è comunque imperativo l'ideale della perfezione, dell'essere in forma a tutti i costi, del non fermarsi, del non pensare e riflettere, del non stare in silenzio per non sentire qualcuno dirci: "ma che hai? stai male? perchè non parli?". Questo ideale è forse la vera malattia dell'epoca attuale. Non riusciamo più a tollerare di "sentirci un pò giù". Alcune volte di "sentirci tristi". Non tolleriamo più la nostra relatività, la nostra fragilità naturale. Non tolleriamo più la Morte: la Morte è stata sfrattata dalla nostra consapevolezza, insieme all'Amore e alla Carità, alla Pietà, alla Gentilezza, al Perdono e alla Compassione, da quando, ormai da quasi settanta anni, le generazioni viventi non hanno più incontrato, nel mondo occidentale, la miseria vera, la precarietà, la strage comune, la tirannia e la guerra. Così si è sovrasviluppato un ideale umano che esiste solo nella fantasia: perfetto, bellissimo, forte, sempre giovane, sempre ok. La stessa vecchiaia sembra sempre che sia degli altri, come se non riguarderà mai noi stessi.

    Le volte nelle quali sentiamo incertezza, paura, timore, immediatamente ci diciamo di "soffrire di ansia". Se qualche volta ci accade di sentire nel corpo uno stato di sovra-eccitazione, di sudorazione, vampate di calore o di freddo, tremore, tachicardia, capogiro -che spesso derivano da una naturale risposta fisiologica del nostro SNA (sistema nervoso autonomo)- sentendone parlare continuamente, subito ci diciamo di avere avuto un "attacco di panico". E così via. Ci diciamo che siamo "ammalati", oppure dobbiamo dirci che "non abbiamo niente". Uno dei due: perchè quello che non riusciamo più a dirci è che "è normale e fisiologico sentirsi giù, talvolta tristi, talvolta deboli e demotivati, talvolta sentire sintomi strani nel corpo, talvolta svogliati sessualmente, talvolta non in forma, talvolta distaccati dalla persona che forse amiamo ancora, talvolta che abbiamo finito di amarla o l'altra persona ha finito di amarci..." e così via.

    La debolezza, il bisogno di tenerezza e di conforto, il finire delle cose e le separazioni, la necessità di cambiare e di lasciare andare, la malattia, la vecchiaia e la morte, sono sempre cose degli altri e mai di noi stessi.

    Ma cosa fa la differenza fra la moltitudine degli stati di disagio o di disturbo quando non sono malattia e quando invece lo sono?

    I protocolli internazionali di psico-diagnosi -ad esempio il manuale DSM- e la vasta letteratura di psicologia clinica e psichiatria, parlano chiaro. Ci sono alcune caratteristiche che devono ricorrere e devono essere seriamente confermate, prima di poter diagnosticare l'esistenza di una psicopatologia e prima di poter dire ad una persona: "Lei sente questi stati di disagio o di disturbo del suo umore, delle sue emozioni e nel suo corpo, perchè lei è malato, perchè lei soffre di una psicopatologia e dunque ha necessità di psicoterapia, di psicofarmaci. Lei ha bisogno dello psicologo, dello psicoterapeuta, dello psichiatra, del sessuologo".

    Alcune di queste caratteristiche al fine di distinguere la patologia dalla non patologia, che devono essere valutate dallo specialista (il laureato in psicologia clinica; lo specializzato in psicoterapia; il laureato in medicina; lo specializzato in psichiatria; lo specializzato in neurologia), sono le seguenti:

    ● l'intensità del disturbo

    ● la compromissione delle attività quotidiane e relazionali essenziali o vitali, da compiere

    ● la frequenza dei disturbi

    ● la durata continuativa, per diversi mesi, dei disturbi

    ● il livello di consapevolezza soggettiva

    ● il coefficiente di coerenza fra il disturbo e le situazioni oggettive

    ● il livello di rigidità strutturale della mente della persona

    ● il livello di compromissione delle attività volitive, decisionali e di scelta della persona

    Queste caratteristiche -insieme ad altre- vengono valutate dagli specialisti nella fase preliminare diagnostica, per potere decidere se un trattamento è necessario e quale trattamento applicare.

    Se riflettiamo sulle caratteristiche sopra elencate, non è difficile accorgerci che sono abbastanza frequenti le situazioni nelle quali esse non ricorrono, eppure possiamo sentirci in un indubbio stato di disagio, disturbo o sofferenza, pur tuttavia senza rientrare nelle condizioni definibili come malattia o psicopatologia da sottoporre a cure psicologiche, psicoterapiche o psichiatriche. Possiamo tuttavia dire che in assenza di malattia o psicopatologia, allora il nostro stato di disagio, disturbo o sofferenza non richiede l'intervento di un professionista adeguato all'aiuto della persona? Certamente no. E' vero che se ci viene confermata la diagnosi di malattia o psicopatologia, allora è necessaria la terapia, mentre se non c'è questa condizione, allora l'intervento del professionista non è necessario, ma può essere scelto. Tuttavia, anche perchè a volte una condizione non patologica di disagio, disturbo o sofferenza può poi evolvere in patologia, è sempre consigliato e benefico rivolgersi ad un qualificato professionista per l'aiuto, anche quando l'aiuto non sarà psicoterapia o terapia medica.

    Gli psicologi, gli psicoterapeuti e i counselors qualificati, sono i professionisti ai quali rivolgersi, anche nelle situazioni non patologiche.

    I professionisti qualificati, esperti e competenti, saranno in grado di valutare in poche sedute iniziali, se il disagio, il disturbo o la sofferenza della persona sono da trattare con la "metodologia clinica" (psicoterapia e psicologia medica), oppure con la "metodologia consultiva" (trattamenti brevi, counseling, trattamenti di sostegno, trattamenti di orientamento, training di tecniche contro lo stress, ecc.).

    E' importante e prudente, che ciascuno che stia sentendo che "qualcosa non va", intanto si rivolga ad un professionista qualificato per l'aiuto alla persona, competente ed esperto ed abbia fiducia nel fatto che quel professionista sarà in grado di fare anamnesi e diagnosi e quindi sarà in grado di indicare il trattamento più adeguato. E' anche importante che ciascuno non stabilisca in proprio, non appena sente dei disagi, disturbi o sofferenza, di essere "ammalato" di "disturbi d'ansia", "attacchi di panico", "depressione" e così via, solo perchè ne sente parlare continuamente dappertutto. Ma nemmeno va bene il contrario, cioè sottovalutare il proprio stato, dicendosi in proprio: "non ho niente, passerà, ora mi faccio una vacanza, faccio da solo". Come sempre non vanno bene gli estremi e gli eccessi. E' certamente più prudente vedere insieme ad uno specialista, di cosa si tratta e che cosa sta succedendo.

    Per quanto riguarda il mio metodo -Dott. Sergio Angileri - (vedi la scheda professionale)- io valuto sempre nei primi incontri, la condizione della persona che mi consulta, con un approccio aperto, che include la valutazione clinica, ma include anche e principalmente la valutazione esistenziale, situazionale e personologica. Il mio metodo è quello di privilegiare innanzi tutto i trattamenti più brevi, più economici e non clinici, nell'interesse della persona, indicando i trattamenti clinici e la psicoterapia solo nei casi dove è davvero fuori dubbio che è presente una vera psicopatologia.

    Di conseguenza, dato che sono frequenti i casi di disagi e disturbi senza presenza di psicopatologia, molte volte posso intervenire applicando "trattamenti focali e brevi", "trattamenti di counseling", " trattamenti mindfulness based", "training di mindfulness" e altre metodologie, senza necessità di applicare "psicoterapia", "terapie, interventi psicologici e terapie mediche" e altre della sfera clinica. In pratica, il mio metodo è quello di rendere alla persona interventi di ottima efficacia, nel minor tempo possibile, senza sottoporre -nei casi dove ciò è possibile- la persona a complesse e lunghe psicoterapie e procedure psicologiche e con il minor costo possibile (vedi la mia modalità tariffaria a favore delle persone). In più di trenta anni di pratica da specialista psicoterapeuta, ho progressivamente sempre più compreso che la maggior parte delle volte non era necessario intervenire con la psicoterapia o altri metodi di psicologia clinica, ma era sufficiente l'applicazione di metodi non clinici, brevi ed economici. Questo perchè sono stati e sono tuttora molto frequenti i casi di persone che necessitano di aiuto, ma non di terapia, perchè, pur soffrendo, non sono malate e non sono affette da psicopatologia. Oltre a questo, negli ultimi anni le ricerche e le prove scientifiche hanno messo a disposizione degli specialisti tecniche moderne ed efficaci, applicabili sia nel contesto clinico e della psicoterapia e sia nel contesto non clinico e senza psicoterapia. Le più efficaci fra queste tecniche di nuova generazione, sono quelle nell'area della MIndfulness, della Ipnosi e della EMDR.

    Tuttavia, poichè io e i colleghi siamo organizzati in un team di alta qualificazione clinica e medica (neurologo, psichiatra, medici di diversa specializzazione) con i quali si lavora insieme da decine di anni, quando, pur trattando la persona senza sottoporla a psicoterapia o terapie psicologiche, posso diagnosticare eventuali concause mediche nel suo disturbo, abbino immediatamente al trattamento non-clinico, un contemporaneo intervento medico, tutte le volte che è necessario.

    Conclusione: soltanto lo specialista qualificato può decidere se la condizione della persona è psicopatologica o non lo è. Soltanto lo specialista può di conseguenza decidere quale tipo di trattamento indicare alla persona, se clinico o non-clinico. Come detto, il mio metodo è sempre quello di preferire il metodo non-clinico, breve e ed economico, limitando la psicoterapia e le terapie psicologiche veramente quando è indispensabile. Nella mia esperienza di trenta anni di attività, ho infatti potuto constatare che la maggior parte delle volte è possibile fornire il migliore aiuto risolutivo, alle persone, senza necessità di applicare lunghe e costose psicoterapie o terapie psicologiche cliniche.

     

    Vedi qui la spiegazione della differenza fra i "Trattamenti Focali non-clinici", il "Counseling" e i "Trattamenti clinici e la Psicoterapia"

  • Vedi qui "Cosa è la Psicoterapia?" - spiegazioni

  • Vedi qui le applicazioni Mindfulness contro lo stress, i disagi, i disturbi, senza necessità di Psicoterapia

  • Counseling: sanitario, analitico, relazionale

  • Psicologo_Psicoterapeuta_Psichiatra_Neurologo: precisazioni di scienza, di norma e di legge, su diferenze e similitudini

  • Le_professioni_di_Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Psichiatra, Counselor: scienza, logica, legge e giurisprudenza

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    A cura di:

    Analista Transazionale nel Counseling Sanitario, individuale, di coppia, di gruppo

  • specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale

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