Dott. Sergio Angileri


 

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    Dal 29 Luglio fino a 11 Settembre 2016 - i colloqui, le visite e le attività dello studio saranno in pausa.

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    COUNSELING e COUNSELOR

    - Vedi qui chi siamo e il nostro metodo di intervento -

     

    Il Counselling è una professione di “relazione d’aiuto” alla Persona.

    La Psicoterapia e la Psicologia sono professioni di "relazione d'aiuto" alla Persona.

    La differenza, allora, non è di "definizione" ma di "sostanza" e "operatività".

    La "relazione professionale di aiuto alla Persona" - che sia di Counseling, di Psicologia o di Psicoterapia - consiste in ogni caso nell’applicazione di metodologie di intervento da parte del professionista, consistenti in un insieme di tecniche, abilità e competenze, specializzate per il conseguimento dei seguenti risultati:

  • facilitare, nella persona che ha richiesto l'intervento, l’emancipazione della consapevolezza

  • ottenere il miglioramento nell'uso delle proprie risorse personali

  • fornire strumenti alla persona, affinché questi possa trovare la propria soluzione per uno o più problemi nella sua vita

  • alleviare e/o risolvere i sintomi del disagio esistenziale e/o del disturbo per mezzo del cambiamento decisionale

  • migliorare complessivamente la qualità della propria salute ("vedi salutogenesi") e della propria vita

  • La precedente, è una definizione che accomuna, genericamente, il Counseling, la Psicologia e la Psicoterapia. Ma dal punto di vista sostanziale e operativo, le metodologie e le tecniche applicate e le abilità e le competenze professionali, sono diverse in ciascuna delle tre professioni di aiuto.

    Quando, invece, i sintomi e il disturbo, sono espressione di una malattia neuro-psichiatrica o di una vera psicopatologia, occorre innanzi tutto terapia medico-psichiatrica e in integrazione, abbinamento e supporto, una "relazione professionale di aiuto" (psicologia, psicoterapia o counseling).

    Per chi è interessato ad approfondire, segue in questa pagina, un articolato approfondimento, circostanziato anche da collegamenti a riferimenti storici, normativi e legali, che riguardano il Counseling e il suo parallelismo differenziale con le altre due professioni strettamente contigue ad esso, cioè la Psicologia e la Psicoterapia.


     

    COUNSELING - COUNSELOR

    Counseling applicato del dott. Sergio Angileri

     

    Indice

  • Che cosa è e cosa fa il Counseling: informazioni e generalità

  • Chi è il Counselor Professionista: normativa, leggi e inquadramento del Counselor

  • Il Counseling Sanitario e Relazionale applicato dal dott. Sergio Angileri

  • I confini dell'intervento di Counseling: efficacia del Counseling Analitico Transazionale

  • Documenti di riferimento e approfondimento


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    - COUNSELING

    Il Counseling è una prestazione professionale qualificata, praticata da professionisti qualificati e/o specializzati, riconosciuti e accreditati da enti e associazioni professionali riconosciute. Questa prestazione professionale è fornita a persone che, trovandosi in situazioni di vita nelle quali stanno soffrendo sintomi, disagi e/o disturbi e non riuscendo da soli e autonomamente a rimediare alla loro sofferenza e/o a trovare nuove decisioni e scelte, per questo necessitano di un intervento professionale che fornisca tecniche, metodi e competenze, per giungere alla loro migliore risoluzione. Lo scopo del Counselling è quindi quello di offrire al Cliente l’opportunità di esplorare e riconoscere i propri schemi d’azione e di pensiero e aumentare il livello di consapevolezza, così da potere e sapere utilizzare al meglio le proprie risorse personali per gestirsi in modo efficace e raggiungere un maggiore benessere.

    Quanto sopra detto potrebbe indurre a cogliere una apparente totale sovrapposizione con le prestazioni professionali dello Psicologo o dello Psicoterapeuta. Infatti anche in Psicologia e Psicoterapia si lavora per aiutare le persone ad alleviare la loro sofferenza (sintomi della sofferenza). La differenza fra Counseling, Psicologia e Psicoterapia non consiste, infatti, nello scopo da raggiungere: aiutare le persone a conseguire il loro migliore stato di benessere. La differenza consiste nelle teorie di riferimento, nei metodi, nelle metodologie e nelle tecniche. Quelle del Counselor consentono di aiutare le persone molto efficacemente applicandosi alle situazioni di vita della persona. Quelle della Psicologia e della Psicoterapia consentono di aiutare le persone applicandosi alla mente che la persona usa per vivere nelle proprie situazioni di vita. L'oggetto dei trattamenti è diverso: le situazioni il Counseling; la mente la Psicologia. Lo scopo è molto simile: il benessere della persona.

    L'attività di counseling è svolta da un counselor, un professionista in grado di aiutare un interlocutore in problematiche personali e private. Per il suo specifico settore l'intervento di "counseling" non va confuso con altri tipi di intervento, quali gli interventi di psicologia clinica, psicoterapeutici, etc. . Infatti l’attività di counseling non prevede l’utilizzo di tecniche e metodologie di intervento di tipo clinico e proprie della metodologia clinica e della psicoterapia, come: la somministrazione o prescrizione di farmaci, l’utilizzo di test psicodiagnostici, tecniche di analisi strutturale e profonda della psiche e della personalità, tecniche di ristrutturazione dei sistemi psichici profondi e quelle attività che nel dettaglio sono proprie della metodologia specialistica clinica e psicoterapeutica. Vi sono diverse e differenti metodologie e tecniche applicative del Counseling e tali differenze dipendono dalla specifica formazione di ciascun Counselor. Le metodologie e le tecniche che ciascun Counselor applica, infatti, sono e devono essere conformi alla formazione del Counselor stesso e alla sua specifica qualificazione e specializzazione (tipo di laurea; diplomi di qualificazione; diplomi di specializzazione; masters e diplomi di perfezionamento; pregressa esperienza professionale e personale; attestato di qualificazione professionale rilasciato da un ente accreditato). E' assolutamente scorretto, infatti, che un Counselor agisca professionalmente discostandosi dalla propria formazione, che deve essere documentata e dimostrabile sulla base dei titoli e del curriculum che possiede e che, a richiesta, è obbligato a mostrare alla persona che richiede il trattamento.

    La BACP (British Association for Counselling and Psychotherapy) fornisce la seguente definizione dell'attività di counseling: «Il counselor può indicare le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo e seguire quella che sceglierà. Il counselor può aiutare il cliente a esaminare dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui sia possibile originare qualche cambiamento. Qualunque approccio usi il counselor [...] lo scopo fondamentale è l'autonomia del cliente: che possa fare le sue scelte, prendere le sue decisioni e porle in essere».

    Analogamente AssoCounseling definisce l'attività di counseling come: «[...] un'attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione. Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento»

    La FAIP COUNSELING così si esprime: "Il Counseling è una pratica professionale della relazione d’aiuto il cui scopo è di offrire a singoli individui o a gruppi un’azione di sostegno e di orientamento nei processi evolutivi in modo da favorirne l’autonomia decisionale, e valorizzarne le potenzialità. La sua opera facilita nell’individuo la visione realistica di sé e dell’ambiente sociale in cui si trova ad operare, in modo che egli costruisca una nuova visione e attui un piano di azione per realizzare le finalità che egli desidera, e per meglio affrontare scelte relative alla propria vita e alla gestione dei rapporti interpersonali. Il Counseling quindi è un servizio di appoggio centrato sulla persona, finalizzato alla promozione del suo benessere, attraverso la soluzione di problemi contingenti determinati dalle strategie esistenziali della persona stessa, dalla sua filosofia di valori della vita, dagli obiettivi specifici in una determinata situazione, dalle risorse a disposizione e dalle condizioni ambientali." 

    Una definizione del Counseling, secondo Mucchielli, è:

     «Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle cosa fare…….quanto piuttosto quello di aiutarla a comprendere la sua situazione e a gestire il problema prendendo da sola e pienamente la responsabilità delle scelte eventuali».

    Compito del Counseling è di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un più elevato stato di benessere».


    L’Associazione Europea di Counseling (EAC), ha adottato nel 1995 questa definizione: «Il counseling è un processo di apprendimento interattivo che si stabilisce tra uno (più) counselor e uno o più clienti, siano essi individui, famiglie, gruppi o istituzioni, che affronta con metodo olistico problematiche sociali, culturali, economiche e/o emotive. Può occuparsi di come affrontare e risolvere problemi specifici, favorire i processi decisionali, aiutare a superare le crisi, migliorare le relazioni, agevolare lo sviluppo, accrescere la conoscenza e consapevolezza di sé e permettere di elaborare sentimenti, pensieri e conflitti interni ed esterni. L’obiettivo principale è quello di offrire ai clienti l’opportunità di procedere, con modalità autonome, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, sia come individui che come membri di una società più ampia».

    Dopo aver cercato di definire la consulenza e il counseling e aver riscontrato una sostanziale identità delle pratiche definite nell’uno o nell’altro modo, vorremmo individuare gli elementi di differenziazione rispetto a pratiche contigue o che si realizzano negli stessi ambiti, ma che riteniamo avere una natura sostanzialmente diversa.

     
    La consulenza alla persona/counseling si distingue dalla consulenza di contenuto (consulenza organizzativa, ecc.) perché, anche quando si attua su problematiche specifiche (problematiche di scelta, di decisione, ecc.), considera la relazione e il processo fattori essenziali nella determinazione del suo statuto teorico e del suo agire operativo.

    La consulenza alla persona/counseling si differenzia dalla psicoterapia perché interviene in quelle situazioni che non richiedono una ristrutturazione profonda della personalità, ma che consentono di attivare nella persona che ne fa richiesta tutte le risorse per trovare la soluzione a problematiche di diversa natura che la persona intende affrontare.

    La psicoterapia riguarderebbe problemi inerenti la psicopatologia e utilizzerebbe le risorse personali o psicosociali come fattori essenziali del processo di risoluzione; il case work riguarderebbe problemi inerenti aspetti concreti della vita sociale e utilizzerebbe risorse concrete utilizzabili o attivabili nel contesto reale; il counseling riguarderebbe problemi inerenti aspetti concreti della vita sociale, ma utilizzerebbe le risorse personali o psicosociali dell’individuo nel processo di produzione di una risposta utile e soddisfacente per sé. Il counseling in questa prospettiva diviene il processo attraverso il quale l’individuo è aiutato a ridefinire i problemi, individuare gli obiettivi, delineare i percorsi di risoluzione, prendere le decisioni, sviluppando autonomia e capacità di gestione del proprio processo di sviluppo e di apprendimento.
    Potremmo rappresentare in questo modo la collocazione (il posizionamento) della consulenza alla persona/counseling rispetto ad altre azioni di aiuto, che per un verso o per l’altro possono essere assimilate alle pratiche consulenziali di cui ci occupiamo.

    Sono numerose le situazioni in cui, in assenza di un intervento intenzionale, si mette in atto in modo spontaneo una relazione di aiuto, perché insita nell’assetto disposizionale di chi la agisce e/o perché potenzialmente presente nella situazione in cui ci si trova ad operare, determinando un “effetto counseling”.
    Ma l’ambito della consulenza/counseling professionale appare nettamente distinto da quest’area che possiamo definire di “counseling aspecifico” e che riguarda essenzialmente gli esiti non ricercati e non perseguiti intenzionalmente di azioni ed interventi che, per la loro natura o per l’atteggiamento di chi li realizza (attori e fruitori) o per entrambe le cose insieme, pongono in essere una relazione d’aiuto nei confronti di uno o più soggetti.
     

    L’ampia e diversificata gamma degli interventi ha quindi reso necessario l’identificazione e l’introduzione di alcuni macrocriteri attraverso i quali poter operare una distinzione e una scelta delle attività che caratterizzano il counseling che abbiamo definito specifico.
    Il counseling specifico è stato progressivamente rappresentato come un percorso di consulenza e sostegno, posto in essere intenzionalmente, attraverso il quale l’individuo è aiutato ad affrontare e risolvere i problemi che un particolare contesto o una particolare situazione o condizione gli pone. L’intenzionalità, la focalizzazione e la finalizzazione dell’intervento su problemi/bisogni “concreti”, la strutturazione dell’intervento e un sostanziale orientamento all’azione sono stati i macrocriteri di lettura di questa complessa realtà.
    In generale i diversi orientamenti condividono l’idea che si tratta di un intervento specifico finalizzato a favorire lo sviluppo di una capacità di gestione efficace dei propri spazi di azione e, contestualmente, di un luogo di riflessione ed elaborazione di cui può disporre un soggetto per affrontare, sostenere e risolvere i problemi che i diversi contesti possono generare nel processo di socializzazione primaria e secondaria. Di norma il counseling si articola in fasi o tappe che si caratterizzano per la presenza di specifiche attività il cui svolgimento rende possibile la realizzazione del processo di aiuto. I contenuti trattati e oggetto di confronto e le attività specifiche di ogni fase sono correlati all’ambito di intervento e ai tipi di problemi che in tale ambito possono presentarsi, alle caratteristiche del cliente e al tipo di approccio utilizzato dal consulente. Le attività presenti in ogni fase possono essere considerate elementi “attivatori” di un processo di trasformazione e/o di apprendimento di nuove o rinnovate modalità di integrazione con uno specifico contesto d’azione e di gestione consapevole dei processi psicosociali in esso presenti.
    Al momento attuale, ciò che abbiamo definito counseling specifico può tuttavia assumere forme differenziate in funzione dell’enfasi e dell’importanza attribuita a specifiche fasi del processo.

    La nascita del Counseling avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni Cinquanta, mentre in Europa si sviluppa nel decennio successivo soprattutto in Gran Bretagna, nell’ambito dei servizi socio sanitari. La figura del Counselor in Italia risulta attualmente presente tra le nuove professioni previste dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) rientrando in quel processo di riforma delle professioni e di riconoscimento dei titoli avviato a livello europeo.
    Le funzioni che in questo ambito svolge il Counseling sono molteplici, collegate da una parte al necessario cambiamento dei processi formativi, dall’altra focalizzate sulle esigenze individuali di personalizzazione dei percorsi, di apprendimento e di lavoro, di orientamento e supporto allo sviluppo della persona.

    In Europa l’EAC (European Association for Counseling) rappresenta un punto di riferimento per la definizione degli standard nel settore; in Italia questi sono considerati elementi di base per la professione del Counselor e progressivamente diverse scuole fanno oggi riferimento alle direttive dell'EAC (European Assiociation for Counseling).

    La definizione di parametri comuni (standard) è oggi sollecitata dagli orientamenti e dalle direttive comunitarie che recentemente hanno fornito un nuovo quadro integrato di riferimento, portando a sintesi le numerose normative riguardanti i diversi settori professionali. L’Unione Europea, con la direttiva 32/2005 e la proposta di realizzazione di un framework europeo in tema di qualificazione, ha posto infatti nuove sfide ai paesi membri, richiamando l’esigenza di facilitare la leggibilità e la trasparenza delle professioni (regolamentate e non) e dei relativi percorsi formativi, e di rendere concretamente attuabile la mobilità dei cittadini per studiare e lavorare in un altro paese. Una delle condizioni facilitanti il riconoscimento e la comparabilità delle professioni e delle relative competenze nei diversi campi professionali viene individuata nella promozione e definizione di piattaforme comuni di confronto sugli standard delle diverse figure professionali, da realizzarsi attraverso accordi tra i paesi europei ed attraverso il coinvolgimento degli attori interessati; istituzioni, parti sociali, associazioni, ecc.
    Sarà certamente questo un tema di forte attenzione del dibattito nei prossimi tempi che andrà ad accompagnare un processo più ampio di costruzione di un quadro nazionale sulle professioni e sulle competenze.
    In Italia il processo di definizione degli standard nel sistema di istruzione e formazione è ormai avviato su un piano costruttivo, coinvolgendo tutti gli attori socio­istituzionali di livello nazionale e regionale. I percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Integrata Superiore (IFTS) rappresentano uno dei primi esempi di definizione di standard nazionali di figura e Introduzione di competenza, elaborati tra il 2000 ed il 2002.

    Non è un caso quindi che il Counseling, per la specificità delle funzioni che può svolgere e per i metodi e gli approcci che utilizza, si sia affermato negli ultimi anni in Italia nei diversi campi: la consulenza alla persona, l’orientamento, la formazione, l’inserimento o il reinserimento lavorativo, l’accompagnamento ai processi di sviluppo e di carriera, la cura della persona, ecc.

     

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    - COUNSELOR

    Il professionista che fornisce questo intervento qualificato, è il Counselor.

    La legge di riferimento che regola e disciplina la professione del Counselor, è la Legge 4_2013

    La legge di riferimento che regola e disciplina la professione di Psicologo, e la Legge 56_89 (agg_marz08)

    La professione di Psicoterapeuta e/o Psicoanalista, invece, non è regolata o disciplinata da nessuna legge dedicata.

    Il Counsellor opera nel campo della prevenzione della malattia e in quello della promozione della salute, così come intesa e definita dalla Carta di Ottawa nel 1986. Il Counsellor possiede titoli, diplomi di qualificazioni o specializzazioni, curriculum professionale, esperienza professionale e di vita tali, da configurarsi come competenze specifiche per la promozione del benessere dell’individuo. In base al bagaglio di abilità possedute, le competenze proprie all'attività di counseling possono essere presenti nell'attività di diverse figure professionali quali psicologi, medici, assistenti e operatori sociali, educatori professionali.

    La formazione professionale e le competenze possedute dal Counselor, oscillano da una "formazione minima" ad una "formazione elevata".

    Infatti in Italia esistono da un lato Counselors Professionisti in regola, la cui formazione coincide con un corso triennale di qualificazione.

    Dall'altro lato esistono Counselors Professionisti in regola, la cui formazione coincide con il possesso di una o più lauree (di solito in Psicologia o Medicina), qualificazioni e specializzazioni dopo la laurea (di solito diplomi in Consulenza Psicologica, specializzazione in Psicoterapia, masters in diverse tecniche  metodi di aiuto professionale, ecc.). A prescindere dalla formazione testimoniata dai titoli, diplomi e attestati, inoltre, i Counselors differiscono anche per la soggettiva e personale esperienza di vita e per il curriculum personale di esperienza professionale passata.

    E' tuttavia importante precisare che quando il Counselor possiede titoli, qualifiche, formazione e specializzazioni, per merito dei quali è uno specialista psicologo e/o psicoterapeuta, deve stabilire subito con la persona che lo consulta, se il suo caso sarà trattato con modalità e tecniche derivanti dalla psicologia e dalla formazione psicoterapeutica/analitica, oppure le altre tipiche del counseling. Quando invece il counselor non ha una formazione, qualificazione e specializzazione da psicologo clinico e psicoterapeuta, necessariamente potrà applicare il proprio intervento di Counseling soltanto sulla base dei propri studi, titoli, qualificazioni, specializzazioni ed esperienza.

    Da quanto sopra specificato risulta che in Italia alcuni professionisti che posseggono la formazione, la qualifica e l'attestazione di "counselors" sono anche dottori in psicologia, psicologi, psicoterapeuti o medici e psichiatri, mentre altri sono counselors, a volte anche non necessariamente laureati (in Italia è richiesto almeno un diploma di scuola superiore) in possesso soltanto della qualificazione in counseling, che in Italia viene rilasciata al termine di un corso triennale di formazione, da suole accreditate presso le associazioni di counseling (ad esempio FAIP o Assocounseling). Tali associazioni e scuole accreditate, agiscono e si attengono alla Legge n°4 del 14 gennaio 2013 e alle direttive EAC (European Assiociation for Counseling).

    Con una nota del 24 marzo 2014 il Ministero della Salute, su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico, ha chiarito che l'attività di Counseling non interferisce con le attività riservate per Legge agli esercenti le professioni sanitarie. (vedi la nota originale del Ministero della Salute).

    Subito dopo l'emissione del parere del Ministero della Salute, le organizzazioni degli Ordini degli Psicologi, si sono adoperate e hanno ottenuto, dalla magistratura amministrativa, una sorta di ribaltamento di opinione.

    In sostanza, sono talmente astratte, sfumate e indefinibili le attività professionali di aiuto - Psicologia e Counseling - da potersi facilmente confondere e sovrapporre l'una con l'altra. Definire i netti contorni della propria attività risulta già molto difficile agli stessi esperti, specialisti e competenti del settore - cioè gli psicologi e i counselor - Figuriamoci quale attendibilità chiarificatrice può avere il parere espresso da funzionari amministrativi, competenti in giurisprudenza, ma assolutamente esterni alla complessità della psicologia, del counseling e delle attività professionali del settore. Ovviamente, in questo terreno di sabbie mobili, dove ogni opinione può essere nello stesso tempo valida e non valida a causa di mancanza di parametri concreti, tangibili e misurabili, si impiantano facilmente sentenze di ogni tipo, pareri e decreti fra i più svariati, che nulla di nuovo e definitivo rivelano, se non ragionamenti giurisprudenziali acrobatici senza alcun valore chiarificatore, se non quello dell'imprimatur istituzionale attribuito aprioristicamente dal potere politico ai vari settori dello Stato. In questa cornice, quindi, il 17/11/2015, abbiamo avuto l'ennesima produzione da parte di una delle istituzioni dello Stato (questa volta il TAR), che ha così espresso la sua opinione sulla difficile questione della convivenza delle legittime professioni sorelle, quali Psicologia e Counseling, ambedue accreditate sul piano internazionale, molto utili per il benessere delle persone, molto simili eppure molto diverse. (vedi qui la sentenza del TAR del Lazio). Va notato comunque che questa sentenza nulla ha di statuario e definitivo, ma rappresenta solo un parere che si vuole contrapporre al parere precedente (quello del Ministero della Salute), ed è attualmente stato contestato dalle istituzioni del Counseling e appellato a gradi successivi e a pareri successivi, dei quali si saprà forse qualcosa fra un paio di anni, visti i tempi procedurali italiani.

    Sarebbe comunque ora, dal mio personale punto di vista, che gli Ordini degli Psicologi la smettessero con questa continua opposizione al Counseling, sperando di ottenere non so quale risultato, visto che il Counseling è una realtà con proprio valore, dignità e di grande efficacia salutare e di aiuto alle persone. A livello internazionale è profondamente accreditata e solida, come la Psicologia e quindi irremovibile, anche in Italia. Credo che il continuare a raccogliere sentenze e pareri istituzionali, dando al potere burocratico l'onere di definire la sua "identità formale" visto che da sola Psicologia non riesce a delineare netti confini per la propria "identità sostanziale", nulla di buono porterà alla Psicologia. Bene farebbe invece la Psicologia, a dedicarsi a se stessa per potere definire senza più equivoci da se stessa la propria "identità sostanziale", che divenga unica e inconfondibile nella sostanza dalle altre professioni e discipline. Psicologia dovrebbe riformare se stessa, a partire da una profonda ristrutturazione e qualificazione del corso di laurea, per donarsi finalmente e davvero una fisionomia autonoma, distinta e inconfondibile nella sostanza e non soltanto nella teoria delle leggi e delle norme, sia dal Counseling, che dalla Psichiatria. Se lo facesse, acquistando finalmente una vera identità propria e distinta nei fatti e nella scienza, non dovrebbe più preoccuparsi così tanto del Counseling e smetterebbe di continuare a piangere, bussando continuamente alla porta di "Mamma Magistratura" per farsi difendere e farsi fare le coccole, miserevolmente consegnando ad un magistrato l'onere e il potere di definirla e darle una identità, che è solo formale e mai può essere, in questo modo, scientifica e di sostanza. A quel punto si evidenzierebbe da se stessa che Psicologia, Counseling e Psichiatria sono tre identità ben nette e diverse.

    La confusione attuale, quindi, non è colpa del Counseling o della Psichiatria. E' colpa della Psicologia stessa, che si ostina nell'immobilismo e non si qualifica fin dalle basi universitarie, in Scienza unica e inconfondibile. Quindi, che gli Ordini, se davvero lo vogliono, si diano un bel da fare per "combattere" con gli interessi dell'Università e delle Scuole di Specializzazioni, che rimangono immobili nel loro comodo nido, invece di continuare a sperare nell'interpretazione e nel "libero convincimento" di qualche Magistrato! 

     

     

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    - IL COUNSELING PRATICATO DAL DOTT. SERGIO ANGILERI

     Il dott. Sergio Angileri  - già Psicologo iscritto all'Ordine degli Psicologi della Sicilia al n. 480 - è Analista Transazionale - Specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale - Mindfulness Based Treatments Trainer - Counselor Professionista,  in possesso di Attestato di Qualificazione rilasciato da FAIP COUNSELING ed è iscritto nel Registro Nazionale Counselors Professionisti al n. 1546. La sua specializzazione, formazione e qualificazione coincide con i seguenti dati curriculari:

    • - Laurea in Psicologia Applicata - (Università "La Sapienza", 110/110 con lode, Roma);

    • - Diploma e Qualifica Specialistica in Consulenza Psicologica - (Istituto di Analisi Transazionale, Roma);

    • - Diploma e Qualifica Specialistica in Psicoterapia Analitica Transazionale - (Scuola di Specializzazione IAT di Roma, Istituto di Analisi Transazionale);

    • - Diploma di Perfezionamento in Psicoterapia applicata alla Medicina Psicosomatica (SIMP (Scuola Italiana Medicina Psicosomatica - Policlinico di Roma)

    • - Perfezionamenti in counseling, medicina, psicologia cognitiva, psicosessuologia, consulenza e psicologia della coppia e della famiglia (masters, seminari, workshops, aggiornamenti, conseguiti in diversi istituti ed esperienze, quali Istituto ALETEIA (Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva) in Enna; Scuola Superiore di Psicologia Clinica dell'Università Pontificia Salesiana in Roma;  AMISI (Associazione Medica Italiana Studio Ipnosi), in Milano; Istituto di Medicina Psicosomatica J. Cremerius presso il Policlinico di Monaco di Baviera; corso di laurea in Medicina e Chirurgia sino al V anno)

    • - Attestazione di Qualificazione in Counseling Professionale -

    • - Associato Centro Italiano Studi Mindfulness, Roma

     Anzianità professionale dal 1985: il Dott. Sergio Angileri possiede trentennale esperienza clinica, diagnostica e terapeutica, nell'esercizio della professione di Psicologo, Counselor e Psicoterapeuta.

    La metodologia di applicazione del Counseling da parte del dott. Sergio Angileri, è coerente con tutta la sua formazione e specializzazione sopra elencata ed è coerente con la sua trentennale esperienza in Psicologia Clinica, in Psicoterapia e in Analisi Transazionale, oltre che in Psicologia Applicata, in Consulenza Psicologica e in Counseling Professionale.

    Il Counseling applicato dal dott. Sergio Angileri è quindi un Counseling Relazionale e Sanitario, fondato sulla metodologia Analitica Transazionale e sulla Mindfilness.

    Le tecniche e i metodi sono:

  • Counseling Analitico Transazionale

  • Counseling Mindfulness Based (Trattamenti Focali Brevi MB)

  • Counseling Analitico Socio-Cognitivo

  • Per quanto riguarda il Counseling Mindfulness Based, si può anche dire che [...] " Il modello Mindfulness Counseling ha le sue radici sia nella Psicologia Umanistica, sia nel Dharma buddista e si caratterizza come un processo centrato sull´ascolto empatico e sul completo rispetto della soggettività dell´esperienza al fine di promuovere lo sviluppo di una matura ed autentica capacità di relazionarsi con se stessi e con l’altro da sé. Secondo l’approccio del Mindfulness Counseling, l´intenzione del counselor durante l´intervento è rivolta non solo allo sviluppo dell’autostima e delle risorse per il ben-essere individuale, ma anche a promuovere il processo evolutivo della Coscienza verso l’apprendimento e la realizzazione di quelle condizioni mentali non egoiche che sono il fondamento comune delle diverse tradizioni spirituali: equanimità e compassione, tolleranza e gioia, concentrazione e pace mentale, apertura e rispetto della vita, accettazione della morte, capacità di comprendere la natura transitoria dell´esperienza, generosità, assenza di dogmatismo e chiarezza etica." ( rif. http://www.mindproject.com/wp/la-scuola/ )

    Per quanto riguarda, invece, il Counseling Analitico Transazionale, leggere quanto segue.

     

    I confini dell’intervento di Counseling nel colloquio: potenzialità ed efficacia dell’AT (Analisi Transazionale)


    Milly De Micheli
    (AT- Rivista italiana di analisi transazionale e metodologie psicoterapeutiche, XXVI, 13-14, 2006)


    Definizione del Counseling


    L’ Art .6 dello statuto del CNCP recita così:


    “Il Counseling è un processo relazionale tra Counselor e Cliente, o Clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni).

    Il Counselor è la figura professionale che aiuta a cercare soluzioni di specifici problemi di natura non psicopatologica e, in tale ambito, a prendere decisioni, a gestire crisi, a migliorare relazioni, a sviluppare risorse, a promuovere e a sviluppare la consapevolezza personale su specifici temi.

     L’obiettivo del Counseling è fornire ai Clienti opportunità e sostegno per sviluppare le loro risorse e promuovere il loro benessere come individui e come membri della società affrontando specifiche difficoltà o momenti di crisi.


    Il Cliente è la persona, la coppia, la famiglia o l’organizzazione che richiede di essere aiutata mediante un’opera di supporto, in un percorso formativo o un processo di sviluppo personale inerente una specifica problematica. “
    Proseguo con una nota dal codice deontologico della stessa associazione :
    “Sarà cura del Counselor mantenere la relazione di Counseling  entro limiti di tempo, di obiettivi e di contenuti tali da non creare sovrapposizioni indebite con quanto attiene ad un trattamento psicoterapico.”
    Sul campo del counseling come certificazione CTA l’EATA afferma:
    “Il counseling analitico transazionale è un’attività professionale all’interno di una relazione contrattuale. Il processo di counseling permette ai clienti o ai sistemi di clienti di sviluppare consapevolezza, opzioni, capacità di gestione dei problemi edello sviluppo personale nella vita quotidiana, attraverso l’accrescere delle loro forze e risorse. L’obiettivo è quello di accrescere l’autonomia in relazione al proprio ambiente sociale, professionale, culturale. Il campo del counseling è scelto da quei professionisti che lavorano in ambiti sociopsicologici e culturali. Alcuni esempi sono: assistenza sociale, sanità, lavoro pastorale, prevenzione, mediazione, facilitazione di processo, lavoro multiculturale e attività umanitarie (EATA, 1995).
    Ho scelto di partire da due definizioni di counseling – quella del Coordinamento Nazionale Counselor Professionisti CNCP e quella, più specifica nostra, dell’EATA - e dalla sottolineatura di alcuni termini per evitare il rischio, che appartiene anche agli analisti transazionali, di definire il campo del counseling e il suoi confini a partire da ciò che esso non è (non è psicoterapia, non è campo educativo, non è il campo dell’educazione), piuttosto che da ciò che è!


    Confine


    All’interno del campo del counseling, che può essere praticato secondo diversi approcci psicologici, desidero soffermarmi sull’utilizzo dell’AT nel colloquio di counseling, enucleando come questo modello sia utile nell’elaborazione del concetto di confine e nella gestione potente del colloquio stesso entro il suo confine.
    Quando si parla di confini è opportuno chiarire che accezione si da al termine: si può intendere il confine in senso restrittivo e contenitivo, come nel caso della geografia politica o per due giardini contigui; in questo caso il confine è una linea precisa, una barriera che separa un territorio da un altro: quello che è da una parte, non appartiene all’altra.

    Questa accezione del termine confine, non ci aiuta ad avere chiarezza nelle aree di applicazione dell’Analisi Transazionale e, se torniamo a quanto affermato sopra, credo, neppure in quella della definizione del counseling in generale.
    Per parlare dei confini nei diversi campi di applicazione dell’Analisi Transazionale, infatti, dobbiamo accettare l’idea che ci sia una grande parte di teoria, di metodi e di tecniche che sono territorio comune a tutti i campi di applicazione dell’AT e alcuni strumenti, metodi e tecniche propri di alcuni campi e non di altri. 1
    La metafora che più si avvicina è, come afferma J. Gregoire, quella di un campo sportivo predisposto per diversi sport, con linee che ne delineano il contorno a seconda dello sport praticato.
    Il territorio comune è costituito dalla capacità di stare nella relazione in una posizione ok-ok, dall’approccio contrattuale, dal corpus teorico di base dell’AT, dalla griglia di lettura della problematica in ottica AT che sono patrimonio specifico di tutti gli analisti transazionali.
    Le caratteristiche dell’intervento transazionale, infatti, sono la scelta cognitiva – la persona può pensare – , il qui-e-ora e il lavoro con il cliente, e non sul cliente, in una relazione curativa intersoggettiva e paritaria sul piano relazionale, anche se differenziata riguardo alle competenze, nella considerazione del valore e del rispetto reciproco come persone.


    Tecniche specifiche nel colloquio


    Agire con il cliente da una posizione ok-ok, nell’incontro del colloquio, significa riconoscere la persona nella sua valenza di valore intrinseco, indipendentemente dal problema che presenta o dal vissuto agito.
    Fondamentale è la creazione di una relazione di accoglienza e di fiducia accompagnata da interventi precisi di lettura e di stimolo.
    Credo che questo sia lo strumento più potente che l’AT può fornire, uno strumento che va sempre più affinato e approfondito, attraverso la messa in discussione di sé nella verità.
    Per il cliente, infatti, il percepirsi accolto, accettato, non giudicato, il cogliere che ci si pone accanto a lui nell’osservare il problema per affrontarlo non accademicamente, ma sul piano della realtà delle opzioni possibili per lui, è il primo passaggio verso il riappropriarsi delle sue risorse. Spesso siamo soliti affermare che il cliente è competente del suo problema, il counselor è competente nella gestione del processo della relazione e di quello dell’intervento: questo facilita una
    relazione di parità in cui si lavora insieme sul problema.
    Affermo qui che il primo compito del counselor non riguarda il fare, bensì l’essere.
    Essere, cioè, consapevoli, aperti, rispettosi, curiosi nell’incontro con l’altro da sé.
    Per porsi in ascolto occorre conoscersi e mettersi da parte per fare posto all’altro e avere chiarezza sul proprio quadro di riferimento, riconoscendolo come il proprio e non come la realtà! Nell’ascoltare le affermazione dell’altro occorre separare quanto è di stimolo rispetto alle proprie convinzioni e credenze, da quanto costituisce per l’altro l’ostacolo alla soluzione del problema che porta.
    Da questa nostra centratura sull’altro, questi potrà centrarsi su di sé ed esplorarsi nella relazione con noi.
    Questo atteggiamento di profonda stima e rispetto per la persona, non si improvvisa ed è fondamentale in ogni relazione di aiuto.
    Nel colloquio, in particolare, questo atteggiamento interiore si manifesta all’esterno nei gesti e nelle parole che il counselor usa.
    Mi riferisco qui a tutte le caratteristiche dell’accoglienza che il counselor può costruire nella stanza del colloquio, come nel suo modo di porsi davanti all’altro. Se usiamo l’AT possiamo attingere a tutte le caratteristiche degli stati dell’io nei loro aspetti funzionali in connotazione positiva. È adeguato il Genitore affettivo positivo accogliente, sensibile, accanto a un Genitore normativo positivo che dà struttura nel tempo, nella puntualità, nel rispetto dei confini del setting; è adeguato l’Adulto che si informa, ricerca i dati con precisione e attenzione finalizzata a ciò di cui si
    sta parlando, al processo relazionale in atto e alla scelta dell’intervento più idoneo; è adeguato il Bambino libero, vivace, interessato, partecipe, anche spiritoso, come è adeguato un Bambino adattato positivo, che sta al suo posto, che non risponde al telefono o alla porta, in “obbedienza” allo stare con l’altro per il tempo stabilito.


    Contenuto del counseling


    Il contenuto del counseling, partendo dalla richiesta della persona che va decodificata e contrattualizzata, è costituito da un intervento per aumentare le potenzialità e la ricerca di opzioni efficaci con persone strutturalmente sane o con persone portatrici di una patologia che richiedono un accompagnamento per un problema specifico e non per i sintomi legati alla patologia: in questo ultimo caso, di solito, più professionisti o servizi si occupano della persona.
    Come abbiamo visto, il campo del counseling ha come oggetto lo sviluppo delle potenzialità della persona; credo, invero, che anche la psicoterapia porti allo sviluppo delle potenzialità della persona, ma, di solito, la psicoterapia ha come obiettivo l’alleviare i sintomi e la guarigione. Ecco qui una distinzione importante e chiara: alleviare i sintomi e guarigione sono oggetto di psicoterapia, mentre aumentare le potenzialità sono oggetto del counseling.
    Da qui derivano il contratto e, dal contratto, le tecniche dell’intervento.
    Torniamo alle definizioni per restare sul tema dello specifico del counseling.
    Mi interessa qui sottolineare un confine esterno e un confine interno: il confine esterno è stabilito dal campo e dal contratto; il confine interno è definito dal livello dell’intervento e dalle tecniche usate: mi riferisco qui alla diagnosi della problematicità in termini strutturali di personalità e all’attenzione a lavorare con la struttura di I ordine, senza sconfinare.
    Rispetto ai termini sottolineati nelle definizioni intendo qui, soprattutto, evidenziare come parole chiave il processo relazionale, i problemi di natura non psicopatologica, le situazioni di crisi, lo sviluppo delle risorse, l’aiuto nel prendere delle decisioni importanti e lo sviluppo della consapevolezza personale su specifici temi, che analizzerò singolarmente.


    Processo relazionale


    Vittorio Soana afferma: “ Proprium del Counseling è la facilitazione della relazione e la competenza specifica del Counselor è una competenza relazionale.
    Riteniamo che l’esercizio sociale di questa competenza rivesta oggi un’importanza
    cruciale…
    In particolare pensiamo che il counseling possa costituire uno strumento importante là dove ci si proponga di sostenere l’uomo nel proprio crescere, nel tenere insieme la propria vita, nel trovare o nel ritrovare l’orientamento necessario a mantenersi positivamente in attaccamento.
    Crediamo si possa in questo senso parlare di una valenza esistenziale del Counseling là dove questo va a potenziare la modalità con cui l’uomo è in relazione con sé, con le cose, con la natura, con gli animali, con gli altri.
    La pratica del Counseling non può essere quindi confusa con altre competenze o data per scontata: la facilitazione della relazione costituisce a nostro avviso una dimensione professionale specifica sia quando esercitata in modo esclusivo (il Counselor) che in associazione ad altre professionalità. Il processo relazionale e la necessità di strumenti adeguati alla sua gestione costituiscono aspetti comuni a molti campi – non solo di AT – e non per questo credo che si tratti di una sovrapposizione o di uno sconfinamento.
    La facilitazione del processo relazionale diventa lo specifico nella gestione del colloquio di aiuto, quando al counselor si rivolga un cliente per una richiesta specifica. Già su questo primo punto possiamo trovare nell’AT, a partire dalla sua filosofia di base dell’okness, gli strumenti della lettura e dell’utilizzo adeguato della comunicazione consapevole come facilitazione alla costruzione della relazione.
    La relazione non è la comunicazione, ma questa ne costruisce il processo e ne consente la lettura.


    Natura non psicopatologica


    Prima di prendere in carico una persona per un percorso di counseling occorre fare una valutazione del livello di “gravità”. Infatti nella definizione citata all’inizio si definisce chiaramente come oggetto dell’intervento del counselor Il lavoro suproblemi di natura non psicopatologica. In ogni buon programma di formazione al counseling sono presenti elementi di psicopatologia descrittiva perché i counselor siano in grado di attenzionarsi su disagi psicologici o sintomi particolarmente significativi che necessitano dell’intervento di altre figure professionali. Il problema si incontra nell’accorgersene, perché la persona di solito, non lo dice: quasi sempre
    perché non se lo riconosce o per difesa, o per altri motivi.
    Ritengo che chi conosce bene l’AT sappia diagnosticare già da un primo colloquio, nella lettura degli stati dell’io, se si trova di fronte una contaminazione e a quale livello oppure ad una esclusione.
    Es: “Per poter condurre il gruppo devo conoscere tutto ciò di cui sta discutendo il gruppo”(contaminazione)
    “Per strada mi salutano persone che io non conosco: mi avranno trovata su
    internet?”(esclusione)
    Nella mia esperienza di supervisione di counselor, ho riscontrato che non è difficile che persone con un disagio pesante si rivolgano al counselor invece che ad un altro professionista, talvolta per incompetenza, ma, talvolta, per timore. La figura del counselor, proprio per sua definizione, non si occupa di patologia e questo può indurre a pensare: “Se vado dal counselor…. non sono “ malato”.!”
    Purtroppo, non funziona così.
    Si pone allora la domanda su quale sia, in questo caso, il compito del counselor.
    Io credo che si possano verificare due situazioni: la persona che vuole realmente alleviare il suo disagio e vuole fare qualcosa ed è quindi disponibile ad una informazione di invio ad un altro professionista e quella che è molto lontana da questa ipotesi.
    In entrambi i casi il counselor ha il compito di facilitare e accompagnare la persona all’invio. Il primo caso è il più semplice e, spesso, questo avviene già nel primo colloquio. Nel secondo caso, invece, l’obiettivo deve essere quello di chiarire e motivare all’intervento necessario, facendo emergere la problematica, senza intervenire su di essa.


    Potenzialità della persona


    Vediamo allora come il counseling si rivolga a sviluppare le potenzialità di un individuo, che presupponiamo “sano”, cioè non affetto da patologie gravi in atto e che non richieda il counseling per attenuare i sintomi delle patologie (Es: “Sono venuto perché soffro di attacchi di panico”).
    Intendo qui riferirmi a persone strutturalmente sane che si trovano in difficoltà esistenziali, in situazioni di crisi, lutti, cambiamenti, ma anche a persone in trattamento per qualche patologia che richiedano il counseling come supporto per affrontare, per esempio, un percorso lavorativo o una situazione che crea disagio a livello sociale o relazionale.
    Naturalmente tutte queste persone, talvolta, si rivolgono ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta portando questo problema e ritengo che , in questo caso, lo psicologo o lo psicoterapeuta facciano un intervento di counseling.
    Rimane il dato più importante, che ricaviamo dalle definizioni precedenti, dove si parla di “individui strutturalmente sani, inseriti in contesti sociali e che prendono decisioni riguardo al loro benessere.” Se l’obiettivo è quello di ritrovare risorse e ricercare opzioni troviamo nell’uso delle transazioni come stimolo allo stato dell’io Adulto del cliente uno strumento adeguato per lavorare sulle contaminazioni che portano al blocco da cui nasce il problema portato.


    Elementi di diagnosi del problema


    Chiediamoci allora in che cosa e come l’AT possa aiutare a individuare l’individuo sano, cioè sufficientemente strutturato, e come essa sia utilizzata nell’intervento.
    In un primo incontro gli strumenti possibili sono le transazioni e la lettura della comunicazione. E questi stessi strumenti saranno usati dal counselor nella gestione di tutti i colloqui che costituiranno l’intervento. Facendo supervisione agli operatori del Centro di Counseling dove offro il mio servizio, ho osservato che le persone abbastanza strutturate trovano un maggiore benessere e si portano via chiarezza già dal colloquio preliminare in cui l’operatore ha il compito di accogliere e quello di raccogliere i dati sulla persona e sulla problematica che porta. Questo è dovuto
    all’instaurarsi di una relazione positiva e di accettazione senza giudizio e aperta all’ascolto e ad un uso della comunicazione facilitante e pulita, che non manda messaggi ambigui e chiarifica le incongruenze. E’ questo che le persone sottolineano: ”Non avevo mai parlato con nessuno in questo modo! Mi sento già meglio!” e non è stato ancora fatto alcun intervento!
    Questo significa che già lo stare in relazione con una persona consapevole che usa il suo stato dell’io Adulto, che ascolta e interroga esplorando le situazioni non chiare, i non detti, gli aspetti svalutati, che usa la comunicazione diretta, senza messaggi contaminati o ambigui, costituisce una facilitazione al cambiamento.
    Ascoltando attivamente e attentamente la persona che ci parla si coglierà quali sono le convinzioni genitoriali o le illusioni del Bambino che costituiscono ostacolo ad una soluzione del problema e, attraverso l’uso delle tecniche berniane di interrogazione, specificazione e confronto, sarà possibile che la persona, sentendosi ascoltata e compresa, colga le sue alternative. La lettura del problema presentato in termini di contaminazione è, infatti, il primo passo per impostare il colloquio di counseling.


    Contratto : protezione e confine temporale


    Per quanto riguarda la competenza e la responsabilità del counselor a mantenere la relazione entro limiti di tempo, contenuti e obiettivi, propri di questointervento e non di altri interventi di aiuto alla persona, sarà utile qui attingere atutte le attenzioni e le tecniche per fare un buon contratto, confrontando le grandiosità e le attese magiche del cliente, come pure le proprie, attraverso unavalutazione con lo stato dell’io Adulto, e rifarsi ai principi etici che richiamano a
    non farsi carico di ciò di cui non si è competenti o legalmente “abilitati”, secondo le norme del Genitore, e a quantificare il tempo che occorre per completare il piano di trattamento necessario, ancora con una attenta valutazione dell’Adulto.
    Lo strumento del contratto è di fondamentale importanza per definire l’obiettivo dell’intervento e determinare la sua efficacia: in questa fase ogni analista transazionale è chiamato a chiarificare al cliente e a se stesso se l’obiettivo è possibile, congruo e se lui è in grado di accompagnare la persona in ciò che sta chiedendo. Berne parla di mostrare il proprio campionario! Qui è il momento di esplicitare con il cliente la specifica della propria professionalità, il tipo di intervento, chiarire i dubbi del cliente, talvolta spiegare la differenza di obiettivo tra un intervento clinico e un intervento di counseling, trovando la verbalizzazione cheil cliente sia in grado di comprendere per fare una scelta consapevole.
    A fianco del contratto di lavoro in senso stretto collochiamo l’atteggiamento contrattuale del counselor transazionale, che è la traduzione pratica della filosofia dell’okness nella relazione terapeutica. Attraverso di esso, in attenzione ai dati di realtà rappresentati del cliente con cui si è in relazione, si costruisce con lui la possibilità di contrattare il possibile e verificabile cambiamento.
    È l’Adulto del counselor che ricerca tutte le informazioni per prendere la decisione di assumere in carico la persona, valutando se il problema che porta richiede un intervento di counseling o no. Il contratto prevede anche la definizione della durata dell’intervento e occorre essere realisti sulla possibilità di aiutare la persona su quello che chiede nei tempi brevi dell’intervento di counseling.
    Come già accennavo, già nelle prime fasi di accoglienza e di ascolto e dalle prime domande investigative è possibile valutare se è presente una patologia grave che non consente un intervento efficace. Mi riferisco qui alla lettura di come la persona sta in relazione, alla diagnosi sociale degli stati dell’io, alla lettura puntuale delle transazioni. Quando sono presenti transazioni tangenziali, un alto livello di grandiosità, pesanti disturbi del pensiero, contenuti deliranti, oltre, naturalmente, a sintomi dichiarati quali attacchi di panico, fobie gravi, comportamenti auto ed eterodistruttivi , non è difficile accorgersi che il cliente non è adatto a un counseling breve. In questo caso il counselor può fare un prezioso lavoro di accompagnamento all’invio in psicoterapia o ad uno specialista della salute mentale; infatti, solo attraverso la costruzione di una relazione di fiducia e di riconoscimento, sarà possibile un invio riuscito.


    Intervento


    Una situazione molto diversa si presenta quando la persona “strutturalmente sana” presenta contaminazioni cognitive rispetto alla situazione problematica che porta o anche un certo stato di disagio emotivo, riconducibile alla situazione stressante che sta vivendo e che ha compromesso temporaneamente un equilibrio personale precedente.
    La struttura della personalità descritta attraverso il modello degli stati dell’Io GAB è uno strumento prezioso per il counselor sia nell’identificazione della problematica che nella lettura del processo dell’intervento, sia ancora nella scelta degli strumenti “tecnici” da usare per raggiungere l’obiettivo di facilitare la persona nel suo comprendersi e nel suo cambiare rispetto al problema.
    Nel lavoro cognitivo con la persona, nel qui-e-ora, il counselor mette in pratica l’intervento berniano lavorando con l’Adulto del cliente, lo stimola e gli permette la possibilità di pensare qui-e-ora rispetto alla sua realtà del momento, in una relazione in cui ci si è accordati di lavorare insieme su un problema specifico e ben definito. Nel counseling, infatti, non ci sono investigazioni su territori non esplicitati nel contratto, né interpretazioni sul cliente o il suo vissuto che costituirebbero un cambio di setting.
    Nella scelta cognitiva, interagendo con l’Adulto del cliente, il counselor accede alle informazioni del Genitore e del Bambino del cliente per quanto è utile a chiarificare il problema portato e l’elaborazione di una opzione diversa.
    Nella richiesta di counseling il contenuto del contratto riguarda quasi esclusivamente il livello sociale e non il livello profondo della persona.
    Come ho detto, si utilizza nella diagnosi e nell’intervento la struttura di I ordine GAB, leggendo la contaminazione e lavorando con A2. Questo determina la scelta degli interventi: la decontaminazione in primis, che permette al cliente di decodificare che cosa costituisce il blocco ad una soluzione diversa e a intravederla possibile per lui; in alcuni casi sono utili, nella relazione di counseling di sostegno, tutti gli interventi che Berne descrive nel cap. 10 di “Principi di terapia
    di gruppo” dopo aver insegnato le operazioni terapeutiche come AT in azione.
    Non si pratica invece, nel counseling, nessun lavoro strutturale sul Genitore né la deconfusione del Bambino; va evitata ogni tecnica regressiva indotta, privilegiando la capacità di stimolare il recupero del qui-e-ora e la gestione delle emozioni sentite qui-e-ora.
    Es.: “ Che cosa ti diceva tuo padre rispetto a questo ?“ e non “Sii tuo padre e….”
    “Che cosa hai provato mentre eri in quella situazione” e non “Stai in contatto con questo sentimento, dove sei, che c’è con te, quando l’hai provato la prima volta.. ecc” che sono interventi propri di un lavoro sul profondo che richiede una alleanza, delle competenze professionali e, soprattutto, un contratto di un altro livello.
    Come sottolinea la definizione delle core competencies dell’EATA il counselor accede al Genitore e al Bambino attraverso l’Adulto, cioè attraverso la verbalizzazione sia dei messaggi genitoriali (convinzioni, ordini, divieti…) che delle emozioni.
    Chi si forma e pratica il counseling raramente trova in letteratura lavori specifici sulla diagnosi nel counseling e deve quindi attingere al materiale della psicoterapia e tradurla per il suo campo.
    A questo proposito cito un lavoro prettamente clinico quale l’approfondimento della teoria dell’impasse fatto da Ken Mellor che utilizza la lettura della comunicazione osservando la minore o nulla capacità di verbalizzazione per identificarne il grado, l’età di insorgenza e l’intervento richiesto.
    Eccone le caratteristiche: poiché l’impasse di I grado è in collegamento con i drivers, si sviluppa quando il bambino è in grado di capire il linguaggio (4-8 anni); lo stato dell’io che viene coinvolto a livello di apprendimento è A2 e, poiché questo, cronologicamente, è l’ultimo, è sufficiente il modello strutturale di I ordine; il livello di consapevolezza temporale è completo; la comunicazione verbale è ben differenziata sia per le esperienze interne che esterne; le reazioni emotive sono ben differenziate e la persona è in contatto con la sua realtà; la decisione presa è
    verbalizzabile e la persona è sensibile agli stimoli che provengono dalla realtà esterna.
    Riporto qui, per chiarezza di esposizione, una semplificazione della tabella con alcuni degli items con cui Mellor identifica l’impasse di I grado (ne sono sufficienti solo due per diagnosticarlo).
    Il blocco generato dal conflitto G2-B2, comunemente definito impasse di I grado, è oggetto dell’intervento di counseling, perché può essere affrontato e risolto con la ricerca di una mediazione possibile, attraverso l’uso dell’Adulto, ancorato al piano della realtà qui-e-ora. Nel counseling, secondo il mio parere, non si usa la tecnica delle sedie, perché l’azione stessa determina un intervento sulla struttura di personalità che riservo al campo della psicoterapia.

    Ho osservato che la persona contatta abbastanza facilmente i messaggi verbali e può essere in grado di aggiornarli attraverso un lavoro di consapevolezza cognitiva quale è quello, appunto, del counseling. Questo è il processo che la persona compie nella naturalità nelle aree che non si rivelano problematiche o prima che si manifesti una situazione di crisi, spesso dovuta a situazioni o eventi esterni o a un cambiamento, per esempio, dello stato di salute proprio o di un congiunto.
    L’interazione con l’Adulto del counselor stimola quello del cliente, in un processo che questi è già in grado di compiere e che è solo da ripulire, da far ripartire.
    Diverso è, naturalmente, il caso dell’impasse di II e III grado che richiedono un lavoro sul B sia da un punto di vista strutturale che funzionale.
    Nel riattivare un processo che la persona possiede naturalmente, il counselor può utilizzare con efficacia la trilogia di Rissman3 , stimolando le possibili collaborazioni o le mediazioni tra gli stati dell’io, per trovare una soluzione possibile ed adeguata al qui-e-ora. Queste sono stati riprese da M. Klein in un lavoro che è stato anche tradotto nel N. 8-9 della rivista AT in cui l’autrice definisce la contaminazione fra due stati dell’io come una opzione che il Bambino si è dato per risolvere il conflitto dell’impasse, a costo di un grande dispendio di energia psichica e determinando così solo una pseudosoluzione. Rispetto al problema il counselor può aiutare il cliente a dare un giudizio nel caso del conflitto G-A; a trovare alternative rispetto a quello A-B e un compromesso tra G-B, affrontando il pregiudizio, l’illusione e l’inflessibilità.
    Le specificità del setting, del contratto, del piano di trattamento e delle tecniche di Counseling permettono non solo di distinguere l’intervento di Counseling dall’intervento psicoterapeutico sulla struttura profonda, ma anche, e soprattutto, il potenziamento e la visibilità dell’intervento a seconda dei differenti ambiti in cui questo viene effettuato.
    Nella consapevolezza di sé e nella scelta di quale stato dell’io energizzare nella relazione, il counselor interviene, facilita l’esplorazione del problema da parte del cliente e ne elabora con lui le opzioni risolutive nel rispetto della libertà e della dignità del cliente in una relazione di aiuto da persona a persona.
    L’intervento transazionale poggia la sua validità nella qualità della relazione. Infatti la persona ha bloccato il suo potenziale adattandosi a messaggi limitativi che ha percepito all’interno di una relazione G-BA
    Se il parlare del problema utilizzando naturalmente le transazioni avviene in una relazione differente e attraverso stati dell’io differenti A-A, e GAB-GAB, la persona farà, nel setting, una esperienza di sé diversa da quella che è solito fare, si percepirà ok e persona di valore e, come lì ha energizzato il suo stato dell’io Adulto ripulito dalle contaminazioni, sarà in grado di introiettare il percorso fatto come un nuovo schema mentale e relazionale e di immagine di sé che potrà usare
    al posto di quello meno funzionale alla soluzione dei problemi del presente.


    Conclusione


    Il colloquio di counseling, condotto attraverso la diagnosi del problema in termini di contaminazione e l’intervento con l’Adulto del cliente utilizzando le tecniche descritte da Berne è un intervento con la persona, in particolare quella che definiamo non psicopatologica, in un percorso di empowerment in situazioni temporanee di crisi o in ordine a scelte esistenziali.
    L’AT e i suoi assunti fondamentali: il qui-e-ora, la scelta cognitiva, il lavoro con il cliente e nell’efficacia delle sue letture diagnostiche, che utilizzano criteri chiari e condivisibili rispetto alla personalità sia negli elementi strutturali che funzionali, offre al cliente l’opportunità di una esperienza, anche breve, nella direzione dell’autonomia attraverso un intervento di counseling preciso e potente.
    Partendo dalla mia esperienza di didatta e supervisore di counselor individuo in questo lavoro i punti di attenzione per il professionista counselor nella relazione di aiuto con il suo cliente.
    Gli strumenti dell’Analisi Transazionale, in particolare il contratto, la struttura della personalità e le tecniche berniane costituiscono una griglia precisa e flessibile nella diagnosi della problematica, nella pianificazione e nella gestione dell’intervento.
    In parallelo mi soffermo sugli impegni e i vincoli di questa professione con riferimento al codice deontologico del counselor professionista nel nostro paese.

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    A cura di:

    Analista Transazionale nel Counseling Sanitario, individuale, di coppia, di gruppo

  • specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale

  • qualificato in Psicoterapia applicata alla Medicina Psicosomatica

  • Laureato in Psicologia Clinica Applicata

  • qualificato in Consulenza Psicologica

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    Tel. 334 3860561 - Email. posta@sergioangileri.it

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    Riferimenti e approfondimenti

  • Counseling: parere del Ministero della Salute

  • Analisi Socio-Cognitiva: studi e ricerche

  • Counseling e pratica etica (Farina)

  • Giardina (presidente Ordine psicologi) definisce lo psicologo e contesta il Counseling

  • Il Processo del Counseling

  • La relazione di counseling in Analisi Transazionale

  • Sintesi del colloquio psicologico

  • Gli ingredienti della terapia analitico transazionale (Tosi)

  • A che gioco giochiamo (Eric Berne)

  • Elementi di Analisi Transazionale

  • Il Copione come schema mentale in Analisi Transazionale

  • Psicoterapia o Counseling

  • Differenze fra counseling e psicoterapia

  • La Legge-4-14-gennaio-2013 (la legge che disciplina la professione di Counselor)

  • La Legge 56_89 (agg_marz08 - la legge che disciplina la professione di Psicologo)
     

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    Dott. Sergio Angileri

    Analista Transazionale - Counselor - Specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale

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    Copyright © 2000 [Dott. Sergio Angileri] Palermo - tel. 091.507 9744 - 334.386.0561

    Specializzato in Psicoterapia Analitica Transazionale - Counselor Analista AT - Mindfulness I° - Laureato in Psicologia Clinica Applicata

    Esercizio professionale ai sensi della Legge n. 4 del 14 gennaio 2013, pubblicata nella G.U. n. 22 del 26/01/2013

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